Sovegni’sì (Ricordarsi)

Erano tempi antichi, epoche in cui la terra, corrugandosi, aveva appena finito di formare delle immense montagne, ere in cui solamente il regno animale, regnava sulle valli formate da quelle immense montagne. Ed è proprio sulla cima di una di queste montagne che un’enorme Aquila decise di nidificare, non era la montagna più alta, volando, ad ovest n’aveva scorta una più alta, tuttavia, la sua seppure seconda in altezza era veramente enorme. I suoi ghiacciai si perdevano a vista d’occhio e le valli che la circondavano erano di un verde che nei suoi voli non aveva mai visto. Si, era un’Aquila strana, sia per la sua grandezza, sia per quel piumaggio, color oro, causato dalle varie battute di caccia, all’inizio di quella valle, dove affioravano strani sassi, dello stesso colore. Era proprio dal picco, sovrastante il ghiacciaio da cui nasceva il fiume di quella valle, che con la sua vista acuta, poteva vedere il mare. Un giorno da quel picco, nel contemplare quella che era diventata la sua valle, vide arrivare dal mare degli strani animali; non n’aveva mai visti di simili, non camminavano a quattro zampe, ma si reggevano solo su due, e non avevano nemmeno le ali, e per di più, il loro corpo non era ricoperto né di piume né di peli se non per la sola zona della testa. Proprio buffi, quegli strani animali, ma per quanto piccoli, e apparentemente inoffensivi, stavano occupando la sua valle. Fosse successo molto tempo prima, li avrebbe spazzati via con un sol colpo di ali, ma ora, era molto che, da sola, abitava la valle. Decise che quei buffi cosi sarebbero rimasti a tenerle compagnia, quindi scese, e concesse a loro il permesso di stabilirsi nella valle. Arrivarono poi altri “uomini” (cosi, scopri l’Aquila, si chiamavano) prima da nord e poi da est. Tutte queste etnie, concordi, decisero di dare un nome alla montagna, alla valle, e quindi ai suoi abitanti. Da allora nella valle risuonarono i nomi Monte Rosa, Valsesia, Valsesiani e, come ogni popolo che si rispetti, si diedero una bandiera: verde come la loro valle, bianco come la neve della loro montagna, e questi colori riportati quattro volte perché quattro sono le valli maggiori che formano la Valsesia, e per rendere onore all’Aquila che li proteggeva e li favoriva, la raffigurarono nel centro della bandiera, contornandola con un motto che doveva ricordare loro chi erano, (Sempre la stessa, Non mutare la tua fedeltà). Con tutti questi presupposti, pensava l’Aquila, la vita nella valle sarebbe trascorsa serena e stabile, ma cosi non era. La terra non era più la stessa, con il comparire dell’uomo. Loro non erano capaci di convivere tra di loro accettando e rispettando le rispettive usanze e molteplicità; anzi alcune stirpi, convinte della loro superiorità, volevano imporre ad altri, le loro usanze, la loro storia e la loro religione, fino ad imporre una nuova lingua. Cosi che, un giorno dal suo picco, l’Aquila vide marciare alla conquista della sua valle, un esercito numeroso e potente. Erano uomini fieri, e portavano anche loro delle aquile sulle insegne, ma quella dove volevano marciare, era la sua valle, e in soccorso dei legittimi abitanti, decise che quell’esercito non avrebbe posato piede su quella terra, e cosi fu! Quello che si pensava l’inizio dell’unità, e  della libertà del popolo Valsesiano, non fu altro che un momento, della travagliata storia dello stesso. Altri arrivarono per cercare di assoggettare i Valsesiani: nobili, conti, duchi, eretici, eserciti dei vescovi, e poi Spagnoli, Francesi, Lombardi e Svizzeri, ma tutti senza ottenere risultati. Nessuno di questi lasciò tracce, se non un debole ricordo. Intanto il tempo passava, e l’Aquila si accorse che, nonostante la protezione che lei dava al suo popolo, questo la teneva sempre meno in considerazione. Sembrava che lei, regina della valle, non servisse più. Il suo popolo ora guardava ad un re, che alla testa dei Piemontesi, decise di dare ai Valsesiani un’altra bandiera ed un’altra lingua, quello che si era evitato in secoli di storia si risolse in pochi decenni. Vista questa triste fine per il suo, ancora amato popolo, l’Aquila si staccò per l’ultima volta dal suo picco, e si alzò, sempre di più, fino a sparire oltre le nuvole. Ora sopra a quel picco, c’è un rifugio, il più alto, ma ha come nome quello di un’altra regina, e scusate, non è la stessa cosa. Questa è solo una storia, può essere inventata, può essere vera, può essere sognata, decidete voi, ma ricordate, che le Aquile, anche se ostacolate, prima o poi, ritornano sempre al loro nido. “Semper eadem – Nec mutor in fide”
Marco, 1995

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