I Briganti Biellesi – Recensione

Roberto Gremmo; I Briganti Biellesi. Rapinatori, oziosi, ladri di strada ed altri malfattori di metà Ottocento.

E’ una originale e sconosciuta schiera di personaggi, quella che Roberto Gremmo analizza in questo libro. Rappresentano un ulteriore contributo alla storiografia non ufficiale, quella nascosta nei documenti d’archivio perché scomoda ma vera. L’intento è fare luce su un periodo relativo alla fase del centralismo italiano imposto formalmente dal 1861. Si descrivono esseri umani il cui atteggiamento è spesso reazione a un malessere sociale per l’assetto politico ed economico del Regno sabaudo, caratterizzato da crescente criminalità, miseria e sradicamento culturale, sebbene vi era una ‘propaganda politica che cianciava di grandi passi avanti verso sicurezza e benessere’. I dodici capitoli introducono ognuno una specifica tipologia di un’umanità distrutta, raccontano storie minori ma degne di una cura particolare, vere vittime sacrificali di un fenomeno risorgimentale violento e mostruoso. Non sembri strano, dunque, se il libro si apre senza introduzione né prefazione, quasi a farci ripiombare simbolicamente in un’atmosfera che potrebbe richiamarne l’improvviso cambiamento che quei personaggi ebbero a vivere sotto regole improvvisamente imposte, come in una specie di colpo di stato. Né vanno tralasciate le numerose note a fine di ogni capitolo, preziosa integrazione al libro stesso, come consuetudine dell’Autore, cosicché veniamo a sapere, a esempio, particolari sulla sconfitta nella Battaglia di Novara (1849) e la correlazione dei moti a Genova dello stesso anno attraverso le azioni del massone Giuseppe Avezzana, futuro onorevole del parlamento italiano nel 1861 e a favore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze.
Proprio a seguito dell’infausto regno di Vittorio Emanuele II (ma I° re d’Italia, anomalia fra le tante), la criminalità dilagante era difficilmente contrastata dalle forze dell’ordine ;le condizioni di vita erano improntate al rigido controllo dei sudditi e si aveva limitato la libera circolazione. Ecco i ‘briganti di strada,…semplici vagabondi, che non sono in grado di dimostrare le proprie generalità, sebbene i furti fossero ‘una piaga sociale diffusa’. Per i regi tutori dell’ordine era altrettanto difficile poter cogliere la differenza fra i veri malfattori e i poveracci trovati casualmente lungo strade e sentieri. Privi di libretto di lavoro (previo pagamento di 30 centesimi) o risultando privi di mezzi di sussistenza perché disoccupati da un mese, i ‘foresti’ fermati erano soggetti a diventare degli emarginati sociali, schedati negli archivi giudiziari per sempre. Fra questi perseguitati dalla giustizia italiana vi era anche un avo dell’Autore, Ignazio Gremmo, reo di lavorare saltuariamente. Sicuramente innocente, il giovane prestinaio Giuseppe Sartoris finiva in galera perché dal paese d’origine, Paruzzaro di Arona (Novara) non poteva raggiungere Torino in cerca di lavoro ed era quindi rispedito a casa. Spesso i vagabondi dovevano darsi ai furti per vivere, come il valsesiano Antonio Bianca di Agnona (Vercelli). Era uno strano scultore di statue lignee :il ladruncolo agiva rubando oggetti d’arredo di chiese, come ‘un candeliere d’ottone a Roasio Santa Maria’ nel 1859 o alcuni capi d’abbigliamento religioso.
Ne seguirono ben sei anni di condanna, un tempo forse eccessivo per la nostra attuale sensibilità.
Il domicilio coatto e il confino erano altre misure di prevenzione di questa microcriminalità da recuperare, ma risultavano quasi sempre inefficaci. Disertori e renitenti alla leva sono popolani finiti ai margini della società per aver cercato di evitare arruolamenti in guerre non ritenute valide di essere combattute, percepite come inutili massacri. Il bersagliere ‘bandito’ Pietro Mottino, Giovanni Pietro Dezza o il montanaro scalpellino di Piedicavallo (valle del Cervo) sono solo alcuni dei numerosi giovani che si diedero ‘alla macchia’ per boschi e dimore, inseguiti da militari e guardie, quasi in una vera lotta fratricida. E, benché talvolta costretti a sopravvivere commettendo reati, dopo infinite peripezie e spostamenti, riuscivano almeno a ritardare la resa o la cattura grazie a una rete di amici e conoscenti, i cui interventi erano segno di una società compatta.
Diversamente dai fuggitivi descritti, è folta la schiera dei briganti che imperversarono nel Biellese e zone limitrofe ; assume quasi un valore sociologico. Si condanna la condotta dei ladri e dei malfattori ma è sempre presente la consapevolezza che i ‘danni provocati dalla deleteria unificazione italiana erano devastanti : lo sradicamento socio-culturale aveva prodotto una graduale disgregazione morale e lo sbandamento di molti giovani. Un universo di banditi che scorre sotto gli occhi del lettore, eroi negativi ma comunque eroi perché distintisi per la propria particolare abilità di affrontare una vita avventurosa. Vi è la banda dei Canova ad Occhieppo e i rapinatori della Serra, la banda Andreis fra Benna e Candelo e i rapinatori di Cerrione, Roppolo e Viverone, quella dei fratelli Catti, del già citato Gremmo ‘Fastidi’ e di Paolo Buratti di Chiavazza, i coniugi ladruncoli di Sagliano e i ricettatori di Tollegno, Biella e Viverone. Sono in prevalenza dediti a furti di oggetti e denaro di entità piuttosto ridotte, scassi o rapine, reati che solo talvolta giungevano al ferimento delle vittime. Le pene seguite alle condanne erano piuttosto severe e prevedevano una serie variabile di anni di carcere ai lavori forzati. Considerate per il valore simbolico, erano emesse per arginare la crescente criminalità. Iniziale forma d’indulto, le ‘Modificazioni al codice penale’ del 1857 riducevano le pene. A fronte di questa tendenza, infatti, la malavita locale andava gradatamente affinando la qualità delle azioni. I briganti della banda Sassone, terrore non solo del biellese ma anche del Vercellese e della Lomellina (Pavia), rappresentando una seria minaccia per la popolazione locale per estorsioni e razzie notturne; quelli della banda Viale a Cossato effettuavano anche aggressioni fisiche. Sempre a Cossato, agiva la banda del taglialegna sudtirolese Modesto Galassini, arrestato e condannato alla pena di morte dopo aver ferito la vittima della rapina compiuta a Castelletto Cervo nel 1854. Fu un esempio per il suo conterraneo Pietro Bangher, che giunse prima in Valsesia come ‘bandito terrore dei montanari, tiratore infallibile, camminatore eccezionale e assolutamente inafferrabile, poi vi ritornò dopo aver scontato la condanna per scomparire misteriosamente.
I ladruncoli da strada del capitolo 11 derubavano i passanti o gli oggetti sacri, imperversando anche intorno al Lago Maggiore, nel Cuneese e fino ad Aosta. Un cenno è rivolto ai falsari di monete contraffatte, cui si aggiungeva la malavita originaria di altre località, come il ‘sedicente Barone Gaetano Giordano’, che acquistava ogni genere di oggetti di lusso con ‘cambiali senza copertura’ e millantando ricchezze rivelatasi inesistenti; oppure i contraffattori di monete come il giovane romano Alessandro Venanzi, fonditore di metalli . E ancora un altro indulto : il ‘regio decreto del 22 febbraio 1863’ dimezzava le condanne. Lo Stato italiano assumeva da subito le sue principali caratteristiche…
L’ultimo capitolo è invece dedicato alla figura di Carlo Antonio Gastaldi, il soldato di Graglia, che ‘non deve essere ricordata come quella di un vero ribelle o un anti-eroe dell’opposizione popolare al risorgimento’…ma come ‘un disertore e brigante che fece la spia contro i compagni di razzie’.
Vi sono infatti contenute le ‘compromettenti dichiarazioni che il giovane aveva rilasciato alle guardie dopo una incredibile serie di peripezie iniziate con la diserzione dall’esercito sabaudo nel 1859. Alla condanna e al carcere segue l’invio nel Regno delle Due Sicilie per combattere il brigantaggio legittimista, vera e propria guerra civile, provocata dall’annessione militare,…. realizzata con la violenza e con metodi colonialisti’. Arrestato per furto di munizioni, riesce a fuggire dal gruppo di prigionieri duosiciliani inviati nella prigione del Forte di Fenestrelle (Torino) e a contare sull’aiuto di vari conoscenti locali; ma con vigliaccheria e ingratitudine denuncia, come primo pentito, alle autorità inquirenti la rete di fiancheggiatori dei briganti. Nel libro è riportato fedelmente tutto quello che Gastaldi rilasciava nelle due relazioni, un documento storico eccezionale che, comunque, non avrebbe garantito al finto brigante il salvacondotto per la libertà, una libertà che si andava via via affievolendo anche per l’intera popolazione biellese e non solo.[Inviata da Silvia Garbelli]

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