L’italiano come lingua franca, si ma le vere lingue sono altre !

Poiché oltre alle discriminazioni nei confronti della nostra lingua, spesso assisto anche a quelle tra le lingue nazionali stesse, (per voi italiani dialetti regionali o comunitari) ho pensato di raccogliere qualche strafalcione preso in giro per il web e di trattarli col dovuto criterio scientifico.

Il “x” è una lingua perché è molto più distante dall’Italiano rispetto a tutti gli altri dialetti.
Sarebbe un po’ come dire che il Catalano, il Castigliano e il Portoghese sono tutti dialetti appartenenti a una stessa lingua “iberica”, solo perché sostanzialmente si assomigliano. Se parliamo dal punto di vista storico – politico, il Sardo ad esempio, è effettivamente una lingua, poiché come tale è riconosciuta dallo Stato italiano, mentre lingue come l’Insubre, il Ligure, il Veneto e anche il nostro Valsesiano non hanno alcuna tutela e sono etichettati come “meri dialetti”. In realtà, quasi tutti quelli che erroneamente ci si ostina a definire come “dialetti italiani” (quasi l’Italiano li comprendesse tutti) sono stati raggruppati in “famiglie” che l’Unione Europea ha definito come “lingue” codificate mediante precisi codici ISO (fermo restando la completa mancanza di obbiettività dell’U.E. su quelle che siano lingue). Entrando ancor più nel dettaglio, mentre una lingua come il Catalano, oltre a essere stata riconosciuta dalla Spagna, si è totalmente standardizzata, non esiste a oggi un unico Piemontese di riferimento, e anzi si può dire che il Piemonte sia una delle aree più frammentate dal punto di vista linguistico – dialettale. A maggior ragione, tale discriminazione portata avanti da alcuni piemontesi, probabilmente mossi da certe ideologie politiche, non ha senso di sussistere, e questo vale anche per il Sardo, per il Lombardo (insubre), per il Veneto, ETC. in cui si denotano molte discriminazioni nei confronti di lingue a loro confinanti.

Solo “x”, o il Napoletano, o il Veneto, o il Sardo è una lingua, poiché possiede una grammatica e una letteratura.
Sembrerebbe insomma che la grammatica sia un’invenzione a tavolino, frutto dell’ingegno di certi studiosi che si sono arrabattati a partorire regole complesse e svariate eccezioni per rendere difficoltosa una determinata lingua. Non è così. La grammatica di una lingua, a prescindere dal fatto che essa sia mai stata scritta o no, è quell’insieme di caratteristiche morfologiche e sintattiche insite e connaturate alla lingua stessa, che si manifestano anzitutto nell’orale, e in seguito nello scritto. In pratica, non è la lingua che si adegua alla grammatica, ma l’esatto contrario. In alcuni casi, l’esigenza di scrivere un compendio delle regole grammaticali di una lingua nasce dalla necessità di standardizzarla: sfortunatamente né il Napoletano né il Veneto né il Sardo, sono mai stati standardizzati, così come la stragrande maggioranza delle lingue regionali italiane. Perciò anche solo affermare che essi abbiano una grammatica (intesa nel senso di un’unica grammatica standard, riferibile alla lingua e non al singolo “dialetto”) non corrisponde al vero. Suggerisco poi che seppur poco conosciute tutte le lingue dell’arco Alpino hanno una propria grammatica e una propria letteratura e poesia (Vedi il nostro Valsesiano) ma come dicevo prima MAI STANDARTIZZATE! In quanto alla letteratura penso che l’esempio dei “Promessi Sposi” sia il più adatto. Pochi sanno che Manzoni lo scrisse e usci la prima volta nel 1827, MA in comasco e in lombardo orientale (impossibile da trovare). Lo riscrisse nel 1840/1842 in una contraffazione linguistica, ispirata al “dialetto” fiorentino considerato già allora lingua unificatrice dalla casta dei “dotti”, che poco avevano da spartire con il popolino e le sue tradizioni, belle ma “economicamente” meno redditizie. E siccome la letteratura sì, e bella, ma per chi la scrive deve rendere denaro e non onore, la partita per le vere lingue era già persa sin prima dell’unificazione !

I dialetti dei popoli Alpino-padani sono incomprensibili; quelli del meridione sono intuitivi e facili da imparare.
Questa frase, francamente una delle più divertenti che mi sia mai capitato di leggere, potrebbe essere anche invertita senza pregiudicarne l’assurdità. Ovviamente sono questione di punti di vista: sarebbe come dire a un russo in Italia da pochi giorni che l’Italiano è facilissimo mentre la sua lingua è impossibile. Che risposta vi aspettereste? No comment

Sono maleducati perché parlano in dialetto.
Qui è opportuno specificare. Se tra due o più interlocutori c’è intercomprensione, cioè ognuno capisce sufficientemente ciò che gli altri dicono, non vedo dove stia la maleducazione. Certo è che se due o più usano un determinato vernacolo alla presenza di un individuo che non è in grado di comprenderlo, pur conoscendo tutti una lingua comune, a quel punto è davvero una mascalzonata, sia da noi sia in qualsiasi altro luogo. (Un fatto simile mi è capitato in Puglia ma anche in Valtellina). Tuttavia affermazioni di questo tipo nascono soprattutto (oltre che da pregiudizi e campanilismi) dalla convinzione ormai retrograda che il “dialetto” sia sinonimo di rozzezza, volgarità e degrado, e che sia sostanzialmente “brutto”: persone più autorevoli di me hanno già chiarito che non esiste una “linguistica estetica”, ma indipendentemente da ciò, non capisco come possa definirsi “bella” o “brutta” quella che in certi casi (purtroppo la minoranza) è ancora lingua madre. Oltretutto, nonostante il Meridione sia più restio a farsi estirpare le proprie tradizioni linguistiche, (e questo lo dovremmo imparare anche noi, a non farci scippare la nostra lingua non solo da Roma ma da Torino e Vercelli) anche il Settentrione è popolato da “maleducati” che continuano a esprimersi nel proprio linguaggio materno, pur conoscendo anche l’idioma scolastico (l’italiano).

“x” è una lingua perché si è generata dal latino; gli altri sono dialetti perché derivano dall’italiano (oppure: perché discendono da lingue straniere.)
Ovviamente la realtà è ben diversa: il latino volgare è alla base di tutte le lingue regionali e comunitarie italiane, con le logiche eccezioni delle lingue derivanti dal ceppo anglo-sassone, dal ceppo slavo e dal ceppo asiatico. Perciò tanto l’italiano, quanto ogni singola lingua (“dialetto” per voi italiani) rappresenta un’evoluzione autonoma del latino parlato dal popolo; alla base delle differenti evoluzioni ci sono sia elementi di substrato (le lingue pre-romane quali il proto-ligure, il celtico, il greco, il proto-sardo ecc.) sia di superstrato (italiano, francese, spagnolo ecc.). Se anche fosse così (alcuni studiosi hanno perfino smentito quest’arcaicità), non vuol dire che le altre lingue regionali valgano meno. Le lingue di ceppo galloitalico, anzi, presentano un grado di evoluzione dal latino più alto rispetto a quelle sotto la linea La Spezia – Rimini, elemento che contribuirebbe a differenziarle dall’italiano.

Conclusione
Questo pezzo, per onestà, non e del tutto mio ma è frutto di una discussione di un documento, fatto su un gruppo di Facebook, che si occupano delle Vere lingue di questa penisola (anche se noi facciamo parte di un Arco Alpino e non una penisola). E da prendere in considerazione il fatto che, in Valsesia, dove a ogni angolo troviamo dotti personaggi, che appaiono sempre sui giornali a insegnarci “modus vivendi”, questo, sia scritto da un elettricista. Alegru a tucc!

Marco Giabardo

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