Coperte corte

Coperte corte

pubblicata da Bèrto ‘d Sèra il giorno venerdì 25 febbraio 2011 alle ore 14.09

http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150101189943579&id=682271047

In questi giorni, mentre tutti in Italia (da D’Alema e Vendola, alleati di Impregilo-Marcegallia al Berlusca) si preoccupavano solo di salvarsi il fondoschiena e i depositi svizzeri, è successo di tutto di più.

In pochi giorni il prezzo del brent si è impennato verso i 120$/barrel e prima Deutsche Bank poi via via gli altri hanno iniziato, finalmente, a parlare di soldi. No, non dei dividendi a breve con cui catturare fessacchiotti in borsa, ma di come non finire tutti a gambe all’aria, e questa volta in modo definitivo.

Di analisi ne girano parecchie, vi consiglio questa: http://www.bbc.co.uk/news/business-12566016
In pratica, si tratta di questo: le risorse sono finite. Non in un fanta-documentario di Discovery Channel, no, sono finite qui e adesso. Quando il non-ovest ha cominciato a svilupparsi si è messo a consumare, e consumando si è messo a comprare. Quindi su i prezzi di tutto: cibo, acciaio, carburanti… tutto.

La risalita NON è stata dettata da una ripresa occidentale, che non c’è, ma dai consumi asiatici. E adesso improvvisamente salta fuori che nel mondo arabo è arrivata internet e sono in tanti che vorrebbero vivere in modo normale. Che un ragazzino islamico di 17 anni vuole il porn-on-demand esattamente come uno islandese, e che se i ragazzini si parlano via internet scoprono di essere in tanti (dove lo sono, non certo in Italia).

Il risultato è quello che è. Una gerontocrazia in crollo dopo l’altra, e non deve stupire che i brontosauri italici siano naturalmente portati a difendere un loro coetaneo. Ma il problema è che i brontosauri, nel crollare, paralizzano porti e oleodotti in un momento in cui, già senza tutto questo, la roba era poca e carissima.

A tutto questo si è aggiunto l’improvviso mutismo americano. Eravamo tutti così abituati a farci “dettare la linea” da Washington che per settimane non se n’è accorto nessuno. Pareva ovvio che “prima o poi avrebbero parlato”. E invece niente, quando Obama è comparso ha fatto un discorso che ha fatto brillare come intenditore di geopolitica, per dire, perfino Giovanardi.

La natura odia il vuoto, e così, nel silenzio americano, hanno iniziato a parlare tutti. Ha messo sei parole in fila (stupide, a sproposito e vuote, ma sempre sei parole sei) perfino Frattini, il che probabilmente sarà ricordato tra i miracoli di San Gennaro. O di Padre Pio.

In questo nulla Putin è volato a Bruxelles e si è accordato con la UE, che oggi annuncia azioni militari e una nofly-zone sulla Libya. Obama alla fine ha detto alla NATO di fare almeno una merenda societaria, ma si è sentito rispondere da Sarko che “non se ne vede lo scopo”. Le carte geografiche si stanno ridisegnando, e seguono le rotte di approvvigionamento. Rotte in cui l’Oceano Atlantico è ben più insuperabile della steppa.

Roma, al solito, è riuscita a sbagliare l’ultimo passo. Come negli anni ’30, dopo tanto tuonare contro Hitler finì per allearcisi, adesso salterà sulla barca che affonda, inizia con quella di Gheddafi, continuerà con quella della NATO. È la vocazione masochista dell’Italia, quell’eterna convinzione di essere “comunque più furbi” che è già costata tanti lutti. Peccato che quel che Hitler davvero pensava del Duce poi si sia visto, e degli americani si sa anche prima di cominciare.

Resta il problema di come farcela in regime di “decrescita obbligata”. Non è semplice autarchia, l’autarchia aveva la pretesa di disporre di risorse infinite sul proprio territorio, stavolta noi Europei partiamo dalla coscienza di avere COMUNQUE il serbatoio in rosso.

Da una parte le commesse militari daranno lavoro. Se si toglie di mezzo la NATO, ci sono fior di aziende metalmeccaniche che possono lavorare alla difesa (meno quelle italiane, che appunto riusciranno a farsi tagliar fuori per la miopia congenita di Roma) e per quanto io non ami la guerra, preferisco veder dar soldi in stipendi a gente normale che in regali a banchieri. Ma dall’altra bisognerà lavorare a tagliare i consumi, tagliare fino all’impossibile, oppure finir male. Ormai alternative non ce ne sono più, game over.

Intanto bisognerà aiutare le nuove società arabe a sviluppare dei minimi di democrazia. Il che significa anche e soprattutto smetterla di usarli come cava di materie prime, e dargli la possibilità di produrre ed esportare beni in senso pieno. In modo che si cominci (se non a risolvere il problema dell’emigrazione selvaggia) almeno ad allargare il territorio che la può assorbire in modo produttivo.

Resta da cablare l’Africa nera. In modo che anche lì, col tempo, i ragazzini scoprano prima i pornazzi e poi twitter… e finiscano per scoprire che l’unico dittatore buono è quello sepolto nei libri di storia. È una strada lunga, e senza garanzie di successo. Ma è anche l’unica.

Il tutto, se va bene, in completa assenza di collaborazione italiana. Se va male, con l’opposizione dell’Italia, dx e sx unite in mortifero patto d’acciaio, per una misera questione di dividendi a breve e finanziamenti elettorali sottobanco. Ma tant’é… non posso dire che mi aspettassi altro. Forza Europa, qui o si stabilizza la situazione o si muore di fame (noi, che a Tripoli invece si muore di mitraglia).

PS Se la cosa vi lascia in dubbio, sappiate che il Day of Rage per l’Arabia Saudita è in schedule per l’11 prox venturo…

Lascia un commento