Spunta lo Scilipoti dei grillini: eletto in regione, chiede vitalizio per lui, moglie e figli

Il movimento 5 stelle è una realtà ancora giovane che però da alcuni anni è riuscita ad intercettare il malcontento che serpeggia nel paese contro il degrado della classe politica e dirigente. I temi e le proposte (democrazia diretta, ecologismo radicale, lotta contro i privilegi della casta) sono nobili ed encomiabili, ma come sempre il problema è riuscire a passare dalle parole ai fatti. Fintanto che il movimento si è mosso fuori dai palazzi del potere, il movimento ha dimostrato una forte capacità includente ed espansiva. I problemi invece sono iniziati dal momento in cui si è scelto di incanalare questa voglia di partecipazione dentro la strettoia delle competizioni elettorali. Non è una novità dei nostri tempi: già Max Weber e Robert Michels, e prim’ancora Platone e Artistotele, hanno avuto modo di verificare come i processi di istituzionalizzazione comportano inevitabilmente una burocratizzazione politica. Il processo di burocratizzazione/istituzionalizzazione determina un lento processo di mutamento delle priorità: dalle rivendicazioni ideali e materiali da cui nascono si passa progressivamente alla salvaguardia dell’esistenza stessa dell’organizzazione. L’aspetto più evidente di questo processo di incancrenimento burocratico è l’accentramento decisionale. Il tema della democrazia diretta, sempre ricorrente nelle fasi di incubazione di un movimento, viene progressivamente diluito dalla necessità di dotarsi di una struttura efficace e di efficiente. Se tale necessità i movimenti contemporanei tendono ad attenuare attraverso l’uso intensivo della comunicazione orizzontale del web 2.0, resta invece difficilmente aggirabile la questione della selezione del personale politico nel momento in cui si sceglie di incanalare  un movimento dentro l’arena elettorale. Se è vero che senza la partecipazione elettorale è possibile la costruzione di una leadership diffusa, “azzerata” o orizzontale, la svolta elettoralistica impone infatti un processo di  verticalizzazione decisionale; per quanto tale verticalizzazione possa essere attutita e controbilanciata da forme di controllo dal basso (come i classici temi della revocabilità del mandato e del divieto di cumulo/ricandidatura già individuati secoli addietro, dall’antica Atene fino alla Comune di Parigi), la selezione del personale politico da inserire nelle competizioni elettorali diventa inevitabilmente il punto di rottura e di passaggio dei movimenti verso la dimensione partitico-organizzativa. Non è un caso infatti che, come già avvenuto in passato in esperienze analoghe, le prime “riunioni riservate e a porte chiuse” abbiano avuto come protagonisti il nucleo ristretto degli “eletti”, in questo caso però allargato e coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’imprenditore che cura da anni l’immagine e gli interessi commerciali del comico genovese. Grillo appunto. La questione si complica ulteriormente rispetto all’esperienza specifica del Movimento 5 stelle per la presenza di una leadership non solo ideale ma attiva e operativa che non solo precede, ma in un certo senso “insegue”, pondera e controlla il processo di emersione, individuazione e gestione del gruppo dirigente del partito. Per quanto si possano moltiplicare gli sforzi da parte dei quadri intermedi per attutire tale invasività “esterna” (come in occasione delle polemiche per la selezione “dall’alto” dei vertici nazionali o del consigliere comunale da eleggere a Milano in occasione delle ultime elezioni amministrative, effettuata da Grillo e Casaleggio), il loro ruolo di leadership non si limita alla definizione del quadro ideale d’azione, ma alla perimetrazione dell’organizzazione stessa (chi è dentro e chi è fuori, tanto per intenderci, essendo la Casaleggio srl intestataria unica del simbolo di partito registrato presso la corte di cassazione) e al ruolo principe di “giudice di ultima istanza” a fronte di tensioni e contrapposizioni interne. Il post pubblicato sul suo blog, in polemica con un suo consigliere regionale che aveva firmato una mozione in solidarietà con i giornalisti dell’Unità, è molto paradigmatico da questo punto di vista: “Se qualche esponente del Movimento 5 Stelle la pensa diversamente non è un problema. Il Pd lo accoglierà subito tra le sue braccia”. Il tema della democrazia diretta, per quanto centrale nelle narrazioni dei grillini, si dimostra non sempre declinato in termini di democrazia interna. E, anzi, a leggere delle discussioni intorno ad elezioni, correnti, amici e poltrone da conquistare, diventa anche difficile cogliere nella vita interna del movimento 5 stelle la differenza tra grillini e democristiani. Leggete ad esempio cosa scrive una militante disaffezionata e stanca dei continui giochetti di potere e di corrente: “Finalmente Biolè ammette pubblicamente che ha chiesto lui alla fidanzata Alessandra Corino (quella, per capirci, che finchè era nel gruppo dei cosiddetti “dissidenti” veniva sbandierata ovunque come l’appartenente al PD e dunque infiltrata degna del gruppo di “pagati dal PD” per boicottare il MoV) di censurare “forum e pagine dannose”, cui lei aveva accesso in quanto nel gruppo sono sempre rimasti gli accessi condivisi a tutti, al fine di “depotenziare” il gruppo di Torino che lavorava dal 2007 al progetto comunale ossia il gruppo che era scomodo al comitato direttivo di Bono da cui dipese l’elezione a consigliere comunale di Vittorio Bertola.  “Giustamente”, ora Biolè “chiede conto” a Bono dell’onore che gli spetta 😀 visto che “grazie” alla sua relazione ha depotenziato l’altro gruppo contribuendo a farlo fuori.  Alla faccia dei PS di Beppe Grillo sul blog dove diceva che ci sarebbero state primarie tra liste e alle garanzie varie blaterate dallo Staff di Casaleggio sul fatto che i consiglieri regionali erano fuori dalla campagna elettorale comunale. Insomma, erano proprio tutte nostre elucubrazioni mentali e meri spargimenti di fango da bassa politica il pensare che grazie alla loro visibilità stessero dirottando il progetto, nato dal basso nel 2007 e con coerenti principi, di un gruppo di attivisti torinesi”. Non si capisce molto, se non il marcio che cova ogni qualvolta di parla di elezioni e candidati, a tal punto che su facebook si sono ritrovati un gruppo di disillusi del movimento 5 stelle, che contestano la deriva politicista ed elettoralistica del movimento. Ma se il tema della democrazia diretta è un tema difficile, anche un’altra battaglia storica diventa più complessa quando si entra nei palazzi del potere: i privilegi della casta. Sempre per rimanere in casa Biolè, appena dopo aver eletto i suoi primi quattro consiglieri regionali a livello nazionale con le elezioni del 2010, ecco venire fuori già il primo Scilipoti dei grillini: si tratta appunto del consigliere regionale eletto in Piemonte, il quale ha chiesto non solo il vitalizio ma anche la reversibilità dello stesso per i suoi familiari, malgrado in campagna elettorale i grillini avessero promesso di fare esattamente il contrario. Quando però il suo collega consigliere regionale leghista Tiramani ha tirato fuori la vicenda e spifferato ai quattro venti l’incoerenza tra le parole e i fatti, l’onorevole Biolè si è precipitato a puntualizzare che quella doppia firma, per il vitalizio e per la sua reversibilità, l’ha messa per un piccolo errore di disattenzione e che provvederà alla rinuncia del vitalizio al termine del mandato di 5 anni di consigliere. Staremo a vedere…
A differenza di Scilipoti però, il consigliere incriminato è tuttora iscritto al gruppo regionale piemontese del movimento 5 stelle.

http://isegretidellacasta.blogspot.com/2012/01/spunta-lo-scilipoti-dei-grillini.html

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