IL BREVIARIO DI ASSAGO PREOCCUPO’ UMBERTO BOSSI

di GIANFRANCO MIGLIO*

Il mio distacco dal segretario si avviò, nel 1993, all’epoca in cui dovemmo tutti constatare la sua incapacità a dominare la vicenda del contributo finanziario riscosso dai Ferruzzi. Ancora una volta egli si impigliò in un groviglio di menzogne rocambolesche che non attenuarono, anzi accrebbero, lo sconcerto dei seguaci. Ma soprattutto si vide la sua inettitudine a padroneggiare serenamente, davanti ai magistrati, una situazione che non era poi gravissima. In un’intervista lo paragonai a un pugile «groggy», incapace, dopo un duro incontro, di ritrovare brio e scioltezza di movimento. Egli mi replicò che, proprio come un «boxeur», si ritirava dal «corpo a corpo» per poi attaccare a fondo. Ma questo «a fondo» non lo vide mai nessuno.

Si avvicinava intanto la data del «precongresso» di Assago.

Qualche giorno prima mi chiese di andarlo a trovare a casa sua. Lo trovai molto abbattuto, perché immaginava che gli avrebbero contestato il caso Patelli: un fedelissimo che lo aveva «coperto» nella faccenda Ferruzzi. Gli proposi di spostare e innalzare il tema del Congresso, ponendo al centro del lavori un primo abbozzo della nuova Costituzione federale (che avevo preparato e portato con me): «Questa è la volta buona per uscire allo scoperto – gli dissi – e dimostrare che facciamo sul serio quando seguitiamo a parlare di “federalismo”».

«Miglio – mi replicò quasi urlando – io voglio la secessione! Voglio la secessione!». Gli replicai: «La faremo se e quando sarà necessario». Mi rendevo conto infatti che il suo sfogo nasceva dal desiderio di sottrarsi alle unghie dei magistrati. Leggemmo insieme quello che poi divenne il «breviario di Assago»: dieci articoli molto concisi in cui avevo condensato l’essenza di una moderna Costituzione federale, elaborata in trent’anni di studio. Non ne modificò una virgola. Il 12 dicembre quel testo venne discusso e approvato – con insignificanti varianti richieste da Franco Racchetta – da quasi tremila delegati, e un uragano di applausi. Io ero rimasto in un angolo per non togliere al segretario le luci della ribalta. Parlai soltanto molto brevemente perché me lo chiese lui.

Il «breviario di Assago» fu accolto dal mondo politico in modo vergognoso: nessuno lo lesse, tutti (con in testa i nazionalisti) ripudiarono l’idea stessa di un ordinamento federale, senza discuterla. Soltanto alcuni costituzionalisti (Zagrebelsky, Bognetti) capirono che era una cosa molto seria.

Del resto, due giorni dopo sul quotidiano Il Sole-24 Ore, uscì un articolo, firmato da Bossi (ma scritto da Luigi Rossi), in cui si affermava che la Costituzione di Assago era soltanto «una provocazione». In quel momento preciso decisi di abbandonare al suo destino la Lega e soprattutto il suo segretario. Mi domandavo infatti come mai un movimento politico potesse chiedere una precisa manifestazione di volontà a tremila congressisti, e poi deridere quel voto come se non tosse stato una cosa seria.

Egli probabilmente capì di avere passato il segno. Poiché eravamo entrambi a Roma, mi chiese di andare da lui perché «era ammalato». Ci andai e lo trovai che stava benissimo: era circondato dalle ragazze della sua segreteria e stava rendendo un’intervista. Mi domandò se avessi letto l’articolo «di quel cretino di Rossi». Gli risposi di sì, guardandolo dritto negli occhi, e non aggiunsi parola: egli probabilmente capì che ormai a me della Lega (e di lui) non importava più nulla. Dovevo soltanto scegliere il giorno giusto per il distacco.

Qualche settimana più tardi – proprio intorno alla data del mio settantaseiesimo compleanno – mentre già i partiti scaldavano i motori per la vicina prova elettorale, diffusi alcune interviste in cui prospettavo la mia intenzione di non ricandidarmi: e giustificavo la scelta con una profonda sfiducia nella volontà, da parte dei miei connazionali, di cambiare realmente le istituzioni della Prima Repubblica. In altre parole nascondevo la mia diffidenza verso la Lega, «annegandola» in una più generale disistima per la vocazione riformistica del Paese. Volevo insomma andarmene in punta di piedi.

Invece quella presa di posizione suscitò un’eco sproporzionata: soprattutto preoccupò Bossi e i giovani leghisti. Il primo – mentre i suoi «colonnelli» sembravano felici di liberarsi di me – cominciò a telefonarmi a tutte le ore, per convincermi a ricandidarmi: sosteneva (portando la testimonianza di Augusto Barbera) che la prossima legislatura (ma io non ci credevo affatto) sarebbe stata «costituente» e quindi «fatta per te». Ma erano soprattutto i giovani del movimento ad assediarmi con messaggi e delegazioni che arrivavano a getto continuo a casa mia: dicevano (talvolta con le lacrime agli occhi) che se avessi abbandonato il Parlamento e mi fossi ritirato a vita privata, avrei tradito la causa del federalismo. Ovviamente io non potevo rivelare loro fino a che punto non credevo più alla fedeltà di Bossi al nostro programma: avrei spaccato la Lega alla vigilia delle elezioni politiche.

Mi piegai perciò, e soltanto per non deludere i giovani (e i meno giovani) militanti del movimento. Bossi invece si illuse di essere stato lui a farmi ritornare sui miei passi: e si convinse (errore madornale) di avermi in pugno, come uno qualsiasi dei suoi «colonnelli».

Il 4-5 febbraio si celebrò a Bologna il Congresso della Lega. Feci un discorso molto forte: anche se i miei ascoltatori non lo sapevano, fu un vero discorso di addio. Infatti conclusi affermando che, anche se il movimento avesse abbandonato il progetto di una Costituzione federale, questa si sarebbe imposta egualmente, accettata e sostenuta da altre forze politiche e dalla necessità delle cose. Mi rispose un’ovazione interminabile: i giornalisti (che, per fare il loro mestiere, devono talvolta essere cattivi), cronometro alla mano, constatarono che gli applausi erano durati quattro volte quelli tributati a Bossi. Un vecchio nemico del Segretario, il Castellazzi, quando gli riferirono l’episodio, disse: «È fatta. Adesso Bossi rompe con Miglio».

Ed effettivamente il capopopolo di Cassano Magnago incassò malissimo l’episodio; poco dopo, a tavola, si fece venire una specie di attacco isterico: non poteva tener ferme le gambe e insultava i camerieri. Da quel giorno, in tutti i suoi comportamenti, io lessi, senza difficoltà, la determinazione di regolare i conti «con il professore». Per esempio: tutte le volte che gli segnalavo una persona qualificata, perché fosse inserita nel movimento, la scartava, nel timore di avallare un mio sostenitore. L’ultimo episodio riguardò il professor Gianfranco Morra (noto scrittore politico federalista) che avevo proposto per un mandato senatoriale: Bossi arrivò a dirmi che aveva collaborato con i servizi segreti, e che stava per essere sottoposto a un grave processo. Tutte menzogne, naturalmente, e gratuite.

La gelosia è un sentimento primordiale, e quindi profondamente stupido: ma in politica è un vizio addirittura autodistruttivo. Se c’era una persona che non minacciava il suo potere e di cui poteva fidarsi interamente, questa ero io: perché non ho mai amato le posizioni di comando; posizioni che, del resto, non ho mai chiesto alla Lega, né che la Lega mi ha mai dato: infatti mi hanno candidato soltanto a cariche per le quali non avevamo i voti necessari, come la presidenza della commissione Bicamerale. Stando accanto alla Lega io ho avuto unicamente riconoscimenti che mi sono guadagnato personalmente, e cioè le due elezioni in Parlamento.

Certo, per placare la sua gelosia, non potevo fare a Bossi il favore di diventare improvvisamente cretino, e di non scrivere o dire più nulla di intelligente.

*Tratto da “Io, Bossi e la Lega”

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