Conferenza ” AUTONOMIA ALPINA E AUTOGOVERNO

Pag. 1 Presentazione stampa
Pag. 2 Presentazione convegno: Francesco Sargentini
Pag. 3 Intervento al convegno: Federico Simeoni
Pag. 4 Intervento al convegno: Giacomo Consalez
Pag. 5Intervento al convegno: Chiara Battistoni
Pag. 6 Intervento al convegno: Leonardo Facco
Pag. 7 Intervento al convegno: Giancarlo Pagliarini
Pag. 8 Intervento al convegno: Marco Giabardo
Pag. 9Intervento al convegno: Andrea Fogliato
Pag. 10 Comunicato Stampa: M.A.V.

 

A nome del Movimento Autonomista Valsesiano, di cui mi onoro di fare parte, esprimo il mio più cordiale saluto di buon lavoro a tutti i partecipanti a questo importante convegno, mi auguro che questa giornata sia utile alla causa dell‘autonomismo, dell’indipendentismo e della libertà di tutti i popoli grandi e piccoli che siano.
Ma con la consueta chiarezza che mi contraddistingue, e che mi ha fatto conoscere e apprezzare per battaglie affrontate, affermo con forza che NON SONO DISPOSTO , io in prima persona, e il movimento che qui rappresento, a fare da portaborse né per il centro destra, né per il centro sinistra, che sono i nemici storici dell’autonomia e dell’autodeterminazione dei popoli, perché prima di tutto ci rifacciamo alla carta di Chivasso, redatta nel 1943 ,dai partigiani Valdostani e Piemontesi che in un momento difficile della storia del nostro paese e della nostra terra ebbero il coraggio e l’onestà di andare in controtendenza, e porre le basi, dopo venti anni di dittatura fascista, per le Popolazioni Alpine in modo che potessero avere un futuro migliore, che ha ancora da palesarsi; A Bruno Salvadori che ha avuto la forza di rialzare la bandiera dell’autonomia, scomparso prematuramente ; A Roberto Gremmo, autonomista da sempre che non ha piegato la testa davanti a Roma ma neanche davanti al novello vate della Padania, il senatur U. Bossi; A Anna Sartoris prima donna autonomista a entrare nel consiglio regionale del Piemonte.
A tutti quelli che non ci considerano, e che pensano di avere la verità assoluta e di essere dei geni va il mio disprezzo, esprimono la solidarietà agli immigrati quando fa comodo, poi su tutti gli altri problemi, il silenzio si fa tombale.
La grave crisi economica che ha colpito, anche la nostra zona, ha colpito duramente lavoratori e famiglie intere, a loro va la nostra solidarietà di classe, anch’io sono un lavoratore che vive un momento difficile, i recenti casi di Berlusconi e di Marrazzo fanno capire a quale degrado di corruzione siamo giunti, mentre la maggioranza del popolo fa fatica, non dobbiamo più abbassare la testa ma avere la forza di reagire a questo degrado, non vogliamo soluzioni dittatoriali ma più libertà e democrazia, autogoverno e autonomia alpina.
Invece di alzare nuovi muri noi li vogliamo abbattere la libertà dei popoli ha spazzato via anche quello di Berlino.
A tutti gli autonomisti e indipendentisti che in maniera diversa hanno seguito le orme della libertà dei popoli.
Ma soprattutto a tutti coloro che verranno dopo di noi e che non tradiranno questi ideali.
Grazie e Buon lavoro
Alegrù!
Francesco Sargentini (Movimento Autonomista Valsesiano)

 

 

Intervento di Federico Simeoni, portavoce FRONT FURLAN
“LINGUA, IDENTITA’ e RAPPRESENTANZA TERRITORIALE”

Quando nel settembre scorso sono stato contattato da Marco Giabardo per partecipare a questo incontro sull’ autonomia e l’ autogoverno per i popoli Padano-Alpini, la prima cosa che ho fatto è stata pensare a quale significato oggi viene comunemente associato ai termini “Padano” e “Alpino”.
Come purtroppo ovvio in questa società che vive solo di immagine, senza più ragionare sul significato delle parole, il “Padano” viene immediatamente associato alla ruota di bicicletta della Lega e l’ “Alpino” al tricolore ed al vino.
Questo in estrema sintesi e senza ricorrere a molti altri esempi, sta a simboleggiare il risultato della sistematica opera di demolizione delle culture e quindi dei popoli che abitano le terre delimitate dall’ arco alpino, portata avanti da oltre 150 anni dalle varie entità statali che si sono succedute sotto il nome “Italia”.
Se questo è accaduto in passato e continua ad accadere oggi, significa che la cultura, al pari dell’ economia è uno degli elementi più importanti da controllare e sottomettere nell’ attuazione della politica di occupazione e colonizzazione. Quando parlo di cultura, mi riferisco all’ insieme lingua, tradizione, identità; basta colpirne una per cancellare un popolo.
Questo concetto era stato ben compreso dai primi autonomisti friulani, tant’ è che il Movimento per l’ Autonomia del Friuli prima e il Movimento Friuli poi, videro il contributo determinate di personalità di elevato spessore culturale quali D’ Aronco, Pasolini, Marchetti, Placereani…
Essi per primi, tra gli anni 40 e 60, avviarono la battaglia per il riconoscimento ufficiale della lingua della comunità ladina friulana, battaglia culminata 30 anni dopo a furor di popolo con l’ istituzione dell’ Università del Friuli nel 1978 e con la promulgazione della Legge 482 del 1999 che rimane tuttora l’ unico pilastro di difesa dell’ identità friulana, sebbene incompleto.
Che lo stato italiano, nel frattempo sia rimasto a guardare è pura illusione. Il Friuli in quanto terra di frontiera, popolata di genti parlanti una lingua totalmente diversa dal toscano e spesso (non a torto) sospettate di nostalgie asburgiche, credo sia stata la regione che più di tutte ha pagato in termini di vera e propria pulizia etnica.
Negli anni ’20 le istituzioni che dovevano difendere la friulanità furono plaga di massoneria e fascismo e il sostegno alquanto “freddo” dato al regime di Mussolini costò la vita a migliaia di giovani friulani che in percentuali altissime rispetto ad altre regioni, furono mandati a morire in Albania, Jugoslavia, Grecia e Russia.
Alla fine della guerra si è attuato addirittura lo stravolgimento geografico. Hanno tentato di imporci una identità falsa aggregando i territori di Trieste ed inventando la denominazione “Venezia-Giulia” che fino ad allora non era mai esistita.
Negli anni ’50 i nostri paesi di montagna furono privati interamente delle generazioni giovani e della forza lavoro che fu inviata a lavorare nelle fornaci e nelle minere di Francia, Belgio e Germania, quale risarcimento di guerra ignobilmente sottoscritto dai governi fantoccio italiani. Nel frattempo gli stessi paesi venivano ricolonizzati dagli uomini del mezzogiorno inviati con le forze armate per presidiare i confini della cortina di ferro.
Negli anni ’60 hanno esasperato i rapporti tra Pordenone ed Udine riuscendo a dividerne le province.
Oggi, che abbiamo finalmente una legge che dovrebbe tutelare la nostra identità e consentirci di utilizzare il nostro idioma, lo stato usa la classe politica locale totalmente asservita ai modelli romani per adoperare i fondi di questa legge in maniera clientelare, usandoli per addormentare le coscienze e criticarne poi gli sprechi nell’ utilizzo.
Accade così che per sopravvivere, anche chi fa cultura in friulano diventa schiavo dei finanziamenti pubblici, cade nella cultura servile rimanendo ostaggio di certe aree politiche, di certi organi di informazione “addomesticati” e nel suo essere e nel suo pensare diventa settario, fazioso, non più credibile. Oppure non si espone, si nasconde, preferisce non vedere, non sentire e parlare solo di cose astratte.
Attraverso la logica dei finanziamenti controllati politicamente in tutti i settori, da quello economico a quello culturale, ci stanno assestando il colpo più micidiale: ci stanno meridionalizzando, ci stanno velocemente trasformando in italiani.
Questa azione è molto più pressante ed incisiva nelle aree marginalizzate dove nonostante un saldo demografico molto negativo, quelli che rimangono sono quelli che tendono a mantenere più solidi i rapporti sociali interpersonali, familiari e di tradizione.
Le città invece sono già state spersonalizzate negli ultimi 20 anni dall’ elevata mobilità sociale.
Tutto questo è assurdo, perché accade in maniera strisciante, inconsapevole.
In nessuno degli organi di informazione ufficiale troverete scritto quello che vi ho appena detto e nessun partito o movimento politico si sta dando pena non dico per combattere, ma almeno per rendere note queste cose.
Questo sta accadendo a un popolo che ha in se un senso innato dell’ autonomia. Ce l’ ha nel DNA, formato da un millennio in cui ogni autorità ha dovuto riconoscere forme speciali di autogoverno al Friuli: dal parlamento patriarchino, istituito molti anni prima della magna charta inglese, all’ istituzione delle comunità autonome di Carnia e della Benecjia, fino alle istituzioni delle zone libere partigiane di Carnia e del Friuli Orientale.
Oggi i friulani stanno facendo la fine della rana cinese, che viene bollita a sua insaputa man mano che l’ acqua della pentola viene fatta riscaldare.
Questo accade perché manca una aggregazione politica capace di dare un segno di reazione.
L’ autonomismo friulano negli anni ’90 ha piegato le sue insegne davanti alla Lega Nord e da allora è incapace di riorganizzarsi anche perché ostaggio di alcuni personaggi che confondono l’ autonomia come mera sostituzione dell’ esercizio del potere sul cittadino e che si preoccupano solamente di promuovere la propria immagine finalizzata alla scalata alla poltrona e ad una rendita vitalizia.
Questa è la diagnosi. Il nostro compito ora è trovare la cura, ovvero somministrare la medicina che è la parte più difficile.
Noi come Front Furlan crediamo che l’ unico antidoto, l’ unico farmaco che possiamo ancora distillare, sia quello di coniugare cultura ed impegno politico. Noi non abbiamo la pretesa ne le qualità per sfoggiare cultura “alta” ma ci stiamo sforzando in ogni maniera per diffondere informazione e formare consapevolezza.
Oggi qui a Varallo sono riunite tante piccole fiammelle che tentano di tener viva una luce; il lavoro che può ripartire da oggi è quello di avvicinarle per attizzare un grande fuoco. Più grande sarà la fiamma, più lontano giungerà il suo riverbero nel buio per poter indicare la strada a chi si è smarrito e cerca un riferimento.
La crisi economica potrebbe offrirci l’ opportunità di squarciare il buio, ma occorre farci trovare pronti.
Non conosco le vostre realtà, ma in questi mesi in Friuli, la contingenza economica sta portando la classe politica a discutere di riforma degli Enti Locali. Una opportunità che può essere usata intelligentemente per introdurre concetti finora sconosciuti, quali patto contrattuale, federalismo (quello vero), democrazia diretta, riscrittura degli statuti, reintroduzione delle nozioni di rappresentanza delle comunità territoriali, adozione delle monete locali.
Tutti elementi che rappresenterebbero un elemento di novità rispetto alla solita politica dei trans delle escort e degli interessi personali, che francamente ha stufato anche i sassi e che non riempie la scodella di nessuno.

 

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