Convegno M.A.V. -.O.N.O.

Pag. 2 Intervento al convegno: Fogliato
Pag. 3 Intervento al convegno: Sargentini
Pag. 4 Intervento al convegno: Giribaldi
Pag. 5 Comunicato Stampa: Giabardo

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INTERVENTO
Sig. Fogliato (Linea Futuro)

Il problema di base straconosciuto è come la massoneria ha creato l’Italia, usando come servi i Piemontesi che successivamente hanno capito dopo in quale disastro erano caduti.
I Piemontesi sono stati i primi a comprendere come l’unità d’’Italia si è rivelato per il Piemonte una grande turlupinatura, furono anche i primi a lottare, dopo l’ultima guerra, contro il centralismo.
Il MARP si presentò alle votazioni, ebbe un inaspettato successo, Roma si impaurì.

In seguito a questo successo, fu contrattato Valletta e concluso un patto. Avrebbe pompato con le fabbriche centinaia di migliaia di meridionali, e lo stato avrebbe sostenuto, con interventi massicci, la famiglia proprietaria della Fiat, per colmare le perdite derivanti dalla eccessiva concentrazione di operai in un area ristretta.

Il MARP venne fagocitato, gli eletti emigrarono in altri partiti. Ma l’idea non era morta. Dal 1978 ovunque sorgevano gruppi autonomisti.
Dopo il 1985 in Lombardia ed in Piemonte era sufficiente, prima delle elezioni comunali, inviare a tutte le famiglie un giornale auspicante l’autonomia e si otteneva il 5-8% dei voti.
Ancora meglio nel Veneto dove Rocchetta, con un blitz, riuscì ad ottenere un deputato nel 1982.

Roma nuovamente si impaurì e preparò il trucco del 1987, la Liga Veneta e l’Union Piemonteisa, alle elezioni politiche, causa le scissioni, fecero buca, un solo uomo riuscì ad essere eletto. Questi per conseguenza fu messo a capo della fusione della stragrande maggioranza degli autonomisti e inconsapevolmente tutto finì nelle mani del centralismo romano.
In seguito venne votata la legge del maggioritario e si creò un blocco contro altri tentativi autonomisti.

L’idea non moriva, ma Roma, scientificamente, cercò di ridicolizzarla attraverso la Lega. Il suo scopo consisteva, attraverso il comportamento, di convincere i popoli del Nord, pur conservando la convinzione della bontà dell’idea, che i nuovi rappresentanti politici erano come gli altri. Tante parole, pochi fatti, e nessun sacrificio per sostenere i principi.
Da quel momento non si ebbe più la possibilità di agganciarsi al sentimento comune di liberazione, perché la realtà era diventata nebulosa.

Il compito affidato da Roma alla Lega è molteplice. In primo non si deve fare un programma di mete precise da conseguire.
Solamente enunciazioni di opuscoli trattanti i problemi culturali in modo da essere interpretati secondo l’indole del lettore.
Nessun programma di fattibilità enunciato. Inoltre attraverso giornali, interviste, comizi, creare una confusione e un rimescolamento tra autonomia, federalismo, autodeterminazione, secessione, indipendentismo. Nel minestrone di proposte ognuno trovava quanto gradiva.
Nel contempo mai scendere nel particolare e nel reale.

Il Nord è una colonia, e in quanto tale ha una caratteristica principale.
Chi dirige deve sempre appartenere etnicamente o culturalmente al gruppo sfruttante, che in questo caso è rappresentata dalla cultura romana e dall’etnia meridionale.
Il compito di una colonia è di farsi sfruttare, non con la violenza ma con l’imposizione delle tasse. Se queste inoltre non sono sufficienti, la globalizzazione permette la creazione di un debito pubblico da addossare alle generazioni future.

Nonostante le tasse siano il simbolo della servitù politica, la Lega mai si è esplicata nel designare quali tasse andavano tolte o ridotte. Inesistenza di un piano preciso, solo vaghi accenni per suffragare momenti specifici di propaganda elettorale (1996).

Pertanto l’argomento delle tasse è rimasto un tabù, non si doveva mai scendere nel particolare.
Quando il debito pubblico aumentava, oppure il gettito fiscale del Nord era insufficiente, si svalutava la lira. Questo rendeva meno pesante il fardello di oppressione fiscale, e meno appariscenti i disastri economici creati.

Vi era una difesa dialettica del sistema. Si minacciava che, se le tasse calavano, diminuiva lo spazio per i servizi (sanità, e pensioni).
Per la sanità era semplice rendere appariscente la minaccia, in quanto era sufficiente tenerla a stecchetto nel programma delle spese pubbliche. In tal modo rendere evidente la necessità di maggior afflusso di denaro per supplire alle reali necessità
E per il sistema pensionistico, si doveva creare un buco, agevolato da centinaia di migliaia di pensioni inventate.
Questo oltre a creare il panico per il deficit pensionistico, permette di creare una vasta clientela elettorale.

Quando nel 1994 si comprese come la lega era legata a roma, non si poteva fare molto.
Se la lotta contro il fisco iniziava e teoricamente fosse diminuito il gettito fiscale, potevano svalutare la lira e il valore dei denari guadagnati attraverso la minor tassazione, veniva vanificato.

Poi arrivò l’euro, il trucco della svalutazione non poteva più essere usato.
Inoltre attraverso l’usura della Banca Europea iniziava la diminuzione sistematica del tenore di vita.

Ora si è giunti al dunque.
Con l’euro non si può svalutare la moneta, e conseguentemente non si può alleggerire il peso delle tasse ai popoli del Nord.
Sentendosi le spalle coperte da una eventuale mossa leggermente eversiva del Nord, grazie alla sicurezza derivante dalla opera calmierante della Lega, la partitocrazia ha esagerato nel drenare, sciupare, rubare, sperperare i soldi dello stato
Il costo degli sprechi della partitocrazia si aggira tra il 22% ed il 27 % del volume dell’entrate statali.
Parzialmente la partitocrazia è scusata, perché, abituata ad un certo livello di ruberie, ultimamente non ha potuto usufruire del debito pubblico in quanto è sotto sorveglianza europea ed ha dovuto appoggiarsi principalmente nella depredazione sull’entrate fiscali.
Questa depredazione è facilitata dai bilanci molto creativi dello stato, inoltre si è cercato di inviare meno denaro agli enti pubblici, obbligando che, la ricerca di prestiti, si verifichi fuori dal centralismo romano. Conseguentemente parte dei debiti hanno trovato sfogo alla periferia e non risultano più nel bilancio nazionale.

Avendo l’esaltazione di rapina della partitocrazia raggiunto alti livelli, è diventato di dominio pubblico ed inconfutabile la percezione che la partitocrazia sciupi il denaro in modo superlativo. Conseguentemente se si chiede il calo delle tasse, non si corre il pericolo, perché non credibile, di essere minacciati con il calo dei servizi.

Oggi se si vuole raggiungere la libertà dall’oppressione fiscale, e di conseguenza anche di quella culturale, si deve esigere il calo delle lasse.
Nessuno vuole avvicinarsi a questo argomento.
Il centralismo non ha permesso il sorgere di partiti propensi ad argomentare sulle tasse.

Tutti parlano di autonomia, di federalismo. Chiunque chiede l’autonomia o il federalismo si mischia ai partiti inseriti in questa lunghezza d’onda. Invece la richiesta circostanziata di calo delle tasse riceve un netto rifiuto da parte di tutti. Nessun politico fa tanti sacrifici e racconta favole per poi insediarsi alla tavola delle spartizione, dopo aver lottato per diminuire la torta, e conseguentemente avere ridotto la sua parte spettante nella suddivisione partitocratrica.

Alle rimostranze della partitocrazia, con una serie di innumerevoli argomenti, contro il volume eccessivo di richiesta di calo dell’oppressione fiscale, si deve rispondere come con la autonomia o con la secessione è fattibile.

La cifra risparmiata attraverso la indipendenza è immensa .
Certamente una parte servirà a creare servizi, come ad esempio le ambasciate che si dovranno creare dal nuovo.

Quanto rimane corrisponde ad un ammontare elevato, da cui si può estrapolare mediamente una cifra reale da distribuire pro capite di circa 2000 euro annui.

Certamente la cifra da distribuire è decisamente superiore, però si devono considerare i debiti occulti o palesi da pianificare almeno parzialmente. Poi la cifra deve essere tenuta bassa, vi è sempre tempo di accrescerla. Occorre essere sicuri di poter mantenere quanto promesso.
Ognuno, con tutti i mezzi, deve essere messo in grado di stabilire quante tasse paga in meno e quanto riceve in più di sovvenzioni.
Poi decide se deve sostenere gli autonomisti- indipendentisti o rinunciare al denaro.

Continuare ad essere sfruttato o prendere una decisione.

Occorre tenere presente che il 12% della popolazione al Nord vive sulla partitocrazia, un altro 20% ha dei vantaggi clientelari di riflesso, però, per la maggioranza di questa parte, quanto perso viene coperto dall’aumento degli introiti ottenuti con la diminuzione di tasse.
Circa il rimanente 70% della popolazione ne trarrebbe vantaggio.

Attualmente è chiaro come la Lega sia al termine della sua corsa.
Inoltre, oltre ogni ragionevole dubbio, i militanti usciti dal movimento hanno capito quale falso politico essa sia, e come sia impossibile, attraverso la medesima, raggiungere un qualche risultato.
Conseguentemente stanno sorgendo gruppi autonomisti o indipendentisti in tutti le parti del Nord.
Però non si conosce esattamente la loro indole.
Vi è il pericolo di ripetere il trucco già usato, ossia Roma nuovamente potrebbe creare un movimento suo servitore fin dall’inizio. Vi potrebbero essere dei finti fuoriusciti con il piede in due scarpe.
Si potrebbero creare delusioni nuovamente nell’animo dei militanti speranzosi in un futuro di uomini liberi dal colonialismo.

E’ vero che si deve accettare, discutere e rispettare qualsiasi forma di proposta e di aggregazione per raggiungere il traguardo, e rappresentare le aspirazioni dei popoli del Nord ormai pienamente convinti di essere dei coloni.
Però sarebbe lodevole che chi ha intrapreso il cammino di liberazione potesse dichiarare se è favorevole a questo volontà di richiesta di diminuzione della pressione fiscale.
Chi è in accordo con Roma o chi vuole usare del grande spazio che la Lega e i partiti hanno lasciato libero, per sedersi al tavolo del potere, non potrà mai appoggiare la richiesta di calo fiscale.

Lungi di voler avvicinarsi anche lontanamente all’ordalia, tuttavia occorre cautelarsi. Si sono visti nei decenni troppi approfittatori.
Per aiutare i popoli del Nord occorre accettare di colpire Roma nel suo punto debole, ossia la limitazione o meglio la cessazione delle sue rapine.

Elenco di diminuzione delle tasse ed imposte.

La deduzione dall’imponibile della denuncia dei redditi ( rigo RN5 del modello di denuncia redditi) per i figli fino a 21 anni, deve essere aumentata di 5000 euro per ogni figlio.

Tale deduzione per altri familiari va aumentata di altri 3000 euro oltre la attuale.

Deduzione dall’imponibile dell’80% delle tasse scolastiche.

Deduzione dall’imponibile fino ad un massimo di 500 euro annuale per ogni nucleo familiare inerente alle spese di energia elettrica.

Deduzione dall’imponibile da 100 euro fino a 300 euro per persona per il riscaldamento, a seconda della fascia climatica del comune in cui si ha la residenza.

Deduzione dell’imponibile frazionata in cinque – dieci anni del 60% delle spese di ristrutturazione straordinaria della prima casa.

Aumento al 30% della detrazione delle spese mediche.

Detrazione fino a 500 euro dall’importo dell’ICI per la prima casa.

Riduzione dell’Iva al 4% per le spese ristrutturazione prima casa.

Diritto di ogni cittadino con patente di guida di avere 200 litri di carburante con le accise ridotte dell’80 %.

Tassa di circolazione diminuita dell’80%

Tassa sugli spettacoli diminuzione dell’80%

Tassa sul passaporto diminuita del 60%.

Canone rai diminuito dell’80%

Iva sui libri scolastici deve essere ridotta al 4%

Raddoppio detrazioni spese per funerali

Per le famiglie con figli minori di anni 21 a carico diminuzione dell’interesse bancario sul mutuo per la prima casa al 0,2%.

Deduzione dall’imponibile dell’importo dell’affitto per l’abitazione principale fino ad un massimo di 150 euro mensili per persona.

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INTERVENTO
Sig. Sargentini (M.A.V.)

Saluto al convegno del M.A.V.
Oggi si svolgerà un importante convegno sull’autonomismo; sono convinto che la riunificazione delle forze autenticamente autonomiste sia un passo importante per fare dell’Italia una repubblica federale e autenticamente democratica; Sono uno dei pochi, se non l’unico ,localmente, autonomisti di sinistra che non si vergogna di questa posizione, che non ha buttato alle ortiche la sua storia personale e le sue posizioni; Mi rifaccio alla carta di Chivasso, mai applicata,e all’insegnamenti , traditi, di Gramsci e di Bordiga. Da questo convegno deve partire la rinascita identitaria della VALSESIA, che non si deve vergognare della sua storia e delle sue tradizioni, una rinascita dove tutti i popoli siano padroni del proprio futuro e della propria indipendenza, non in un’Europa dei banchieri e dei guerrafondai ma di popoli veramente liberi di scegliere le proprie dipendenze, in un quadro in cui la nostra terra avrà un futuro in una confederazione di POPOLI ALPINI.

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INTERVENTO
Sig. Giribaldi (O.N.O.)

“Ritengo fondamentale – ha affermato Giribaldi – l’incontro di tutti i movimenti autonomisti per creare un “laboratorio politico-culturale” di idee e progetti al fine di restituire credibilità alla causa autonomista e federalista all’interno di un serio dibattito politico. Il movimento “Obiettivo Nord Ovest” nasce dall’esigenza di un territorio, quello ligure piemontese, il quale necessità di maggiore autonomia per rilanciare la propria economia, soffocata da decenni d’immobilismo della politica nazionale e soprattutto per restituire dignità ai propri popoli. Per raggiungere questi obiettivi la proposta di unire la Liguria e il Piemonte in un’unica macroregione a statuto speciale assume un significato rilevante”.
E poi. “L’unione del nord ovest – ha aggiunto – non è una novità nel dibattito politico: da oltre trent’anni il gruppo “Alpazur” evidenzia la complementarietà tra il territorio marittimo ligure e il retroterra piemontese, promuovendo l’unione amministrativa delle due regioni. Nel 1994 la Fondazione Agnelli, in uno studio sul federalismo applicabile in Italia, ridisegnava i confini delle regioni riducendole da 20 a 12, unendo la Liguria e il Piemonte, riconoscendo l’oggettiva difficoltà che regioni troppo piccole avrebbero nell’essere autosufficienti, nel gestirsi e nel programmare piani di sviluppo funzionali, oltre che il rischio di creare un disequilibrio nei rapporti interni della confederazione stessa”.
Ancora Giribaldi: “Quest’anno i due presidenti di Liguria e Piemonte, Claudio Burlano e Mercedes Bresso, hanno ripreso il progetto Liguria-Piemonte partendo da un accordo quadro interregionale per la gestione comune d’interventi d’interesse congiunto, in particolare, sui temi della sanità, del turismo e delle infrastrutture. Entrambi i presidenti hanno inoltre auspicato l’ottenimento dello statuto speciale per la macroregione. I vantaggi economici che deriverebbero da quest’accordo sono molteplici e interesserebbero entrambe le regioni. La nuova macroregione acquisirebbe, inoltre, grande competitività nei mercati internazionali, attraverso le oltre 450 mila imprese ed un Prodotto Interno Lordo di 144 miliardi di euro, rendendola seconda alla sola Lombardia. Analizziamo perché questo progetto è così importante per la causa autonomista e federalista”.
Giribaldi chiarisce cosa s’ intende per autonomia e per federalismo: “Questi termini, a volte, vengono accomunati sotto lo stesso significato e tradotti nel classico slogan “padroni a casa nostra”, un modo un po’ semplicistico di risolvere la questione. Altri, al contrario, contrappongono il concetto di autonomia, al quale legano il significato di “separazione” e “divisione”, al termine federalismo che invece associano al concetto di “unione”. Non condivido questa contrapposizione in quanto ritengo che autonomia e federalismo siano parte integrante dello stesso processo. Se per federalismo intendiamo un patto, o contratto, stipulato da diverse comunità che concedono parte della propria sovranità per mettere in comune alcune competenze, non possiamo prescindere dal considerare due aspetti fondamentali. Il primo è quello di ritenere questo patto o contratto come mutabile nel tempo e riconoscere il naturale diritto di rescindere il contratto stesso (e quindi di secedere dalla federazione), qualora un qualsiasi contraente non ritenesse più vantaggioso l’accordo”.
Nel corso dell’incontro Giribaldi ha, poi, sottolineato: “Il secondo aspetto è che i rispettivi contraenti, che intendono stipulare il “patto”, devono godere della propria indipendenza. Stipulare un patto federativo tra comunità impossibilitate di “contrattare liberamente”, in quanto assoggettate ai vincoli di un organo comune superiore, rappresenterebbe ciò che si può definire “embrione” o “surrogato” di patto federativo, ma che, ovviamente, è ancora lontano dal federalismo che noi tutti auspichiamo di raggiungere. E’ evidente, quindi, l’impossibilità di trasformare uno stato centralista in un vero stato federale, senza prima riconoscere l’autonomia alle comunità che lo compongono e la piena libertà nello stipulare reciproci accordi. Il primo passo deve essere, quindi, l’ottenimento dell’autonomia, da conquistare con una contrattazione ed una forte pressione da esercitare nei confronti dello stato, soprattutto attraverso il consenso popolare. L’attuale classe politica vive e si arricchisce grazie ad un sistema clientelare, assistenziale, autoreferenziale, di cui il centralismo è la madre naturale, motivo per cui non sarà facilmente concessa l’autonomia alle comunità locali”.
“E’, però, innegabile che il “Sistema Italia” è fallimentare: la tassazione è tra le più alte d’Europa, gli enormi “buchi” del debito pubblico e del sistema pensionistico aumentano ogni anno e le spese per la pubblica amministrazione non tendono a diminuire. Di fronte a questi dati, la classe dirigente non intende proporre un forte piano di riforme, necessarie, non tanto per il rilancio, ma per la semplice sopravvivenza economica del Paese. Si aprono quindi scenari nuovi e tutto il movimento autonomista e federalista deve essere pronto nell’esercitare la giusta pressione e nel promuovere ogni azione che possa destabilizzare l’attuale sistema di suddivisione dei poteri, al fine di ottenere l’autonomia finanziaria, legislativa ed amministrativa, unico strumento per recuperare competitività, benessere economico e maggiore efficienza”.
“L’autonomia rappresenterebbe, inoltre, un utile strumento per favorire una riscoperta culturale locale e per riappropriarsi del comune sentimento d’appartenenza a comunità con proprie identità e specificità. L’Italia, infatti, autodefinitasi “Stato nazionale ed unitario”, ha affermato la sua unità con l’oppressione politica e la distruzione delle culture locali, attraverso processi di “italianizzazione”, nel tentativo di omologare culture e lingue diverse, in nome di un’italianità tutta da inventare e costruire”.
“Occorre considerare che le Regioni non sono nate dalla volontà popolare, ma da un atto unilaterale dello Stato che le ha create sulla base di un criterio geografico arbitrario, disegnando a tavolino i limiti territoriali, trascurando ogni principio culturale, etnico e linguistico. Una proposta di ridisegnamento dei confini, che coinvolga i cittadini attraverso strumenti di democrazia diretta, rappresenta, quindi, un passo in avanti nel riconoscimento del diritto di autodeterminazione dei popoli, che, solo sulla carta, è sancito dal diritto internazionale, ma non è effettivamente applicabile, in quanto non è altrettanto riconosciuto il diritto di autodefinizione dei popoli”.
“Attraverso il riconoscimento e la tutela delle realtà e nazionalità locali, quali i territori Insubri, Brigaschi, Occitani, Franco-provenzali e Walser, la Valsesia e la Val d’Ossola, la nuova macroregione potrebbe essere un esempio di come, applicando il modello federalista, si possono unire popoli e nazionalità differenti riconoscendone l’identità, l’autonomia e la libertà, senza dover necessariamente omologare e distruggere ogni diversità e particolarità. La vicina Svizzera è l’attuale dimostrazione di come il federalismo ha unito comunità diversissime sotto il profilo etnico, linguistico e religioso senza annullarne le specificità. Occorre tradurre tutti questi propositi in concretezza politica, partendo con l’ applicare la riforma del titolo V della costituzione, che permette alle Regioni di ratificare intese per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni (Art. 117) e di unire Regioni esistenti o crearne delle nuove quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.(Art. 132)”.
Conclude Giribaldi: “Regola, quest’ultima, importantissima in quanto il riconoscimento e l’applicazione della sovranità popolare sono caratteristiche essenziali di un sistema federale. Contemporaneamente occorre esercitare una forte pressione per ottenere la riforma dell’articolo 116 della costituzione ed aggiungere la Liguria e il Piemonte nelle Regioni a Statuto Speciale. Un patto tra Piemonte e Liguria può assumere, in questo senso, un chiaro e preciso intento politico: unire le forze per aumentare il potere contrattuale nei confronti dello stato centrale. Le possibilità di successo crescono esponenzialmente se si combatte il centralismo da più punti: il consiglio regionale del Veneto, su proposta dei consiglieri di “Progetto Nord Est”, ha già approvato una legge regionale, da sottoporre al parlamento, nella quale chiede lo statuto speciale per il Veneto. In Lombardia, il “Progetto Lombardia” ed il “Fronte Lombardia” hanno iniziato una raccolta di firme per chiedere lo statuto speciale per la propria regione. E’ necessario, inoltre, combattere l’attuale bipolarismo che contrappone destra e sinistra, distogliendo l’attenzione dei cittadini dalla vera ed importante contrapposizione esistente tra le comunità, alle quali non viene riconosciuta la giusta autonomia, e lo stato centrale. Occorre pretendere che, chiunque venga eletto in un territorio, ne rappresenti le istanze, anche se in contrapposizione con la linea nazionale del partito”. Concludo con una citazione di Gianfranco Miglio: “Con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi ad un altro paese, formarne uno nuovo””.

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COMUNICATO STAMPA
Sig. Gabardo (Movimento Autonomista Valsesiano)

Sabato 1 dicembre a Varallo presso l’albergo Monte Rosa si è svolto il 1° convegno dei movimenti e associazioni autonomiste.
“Favorire una maggiore integrazione istituzionale, economica, e culturale fra Piemonte e Liguria e al contempo proporre una legge elettorale per il Piemonte che limiti lo strapotere di Torino e dia effettiva rappresentanza alle diverse zone della Regione” .
Sono queste le principali proposte politiche avanzate sabato scorso dal convegno degli autonomisti liguri e piemontesi presieduto dal segretario del “Movimento Autonomista Valsesiano ( M.A.V.) Marco Giabardo. Nell’ampia e approfondita relazione, Andrea Giribaldi rappresentante “Obiettivo Nord Ovest”di Sanremo ha dichiarato che il principale intento degli autonomisti è di promuovere “ l’unione amministrativa della Liguria e del Piemonte in un’unica macroregione con autonomia legislativa e decisionale su come impiegare le proprie risorse e tutelare la propria specificità e le identità locali attraverso un COMUNE PATTO FEDERALE”.
Non si tratta di un progetto utopico, bensì previsto, sia pure con procedure complesse e farraginose, dalla stessa costituzione. Per Giribaldi, ” quest’unione tra le due regioni e utile anche per rilanciare lo sviluppo economico acquisendo competitività su mercati internazionali ma per ottenere questo occorre dotare le nostre regioni di un sistema amministrativo più moderno, che guardi positivamente al modello federalista e che alleggerisca l’enorme apparato burocratico frutto di una vecchia e deleteria politica centralista “.
Su questa proposta s’e registrata un’ampia convergenza fra tutti i partecipanti e nei loro interventi sia il consigliere comunale astigiano Fenoglio e che il rappresentante torinese del “ Movimento Regionalista “ Bissacco hanno ribadito la necessità di articolare il discorso autonomista sia su livello economico che su quello culturale.
Il convegno ha poi affrontato concretamente le questioni concernenti la rappresentanza politica ed istituzionale , oggi fortemente squilibrata a favore delle megalopoli , Genova in Liguria e Torino in Piemonte . I sessanta consiglieri regionali del Piemonte dovrebbero essere eletti con sistema uninominale in altrettanti collegi, corrispondenti ai diversi “ Cantoni ” o Vallate dell’intero territorio. Torino che oggi ha un numero enorme di rappresentanti ne avrebbe uno solo , Novara altrettanto , cosi come la Valsesia , il Biellese , il Canavese , l’Albese, etc..
Si eliminerebbe così la condizione attuale, per cui anche con una votazione all’unanimità per un candidato Valsesiano questo non avrebbe comunque i numeri per entrare in regione.
Lo stesso dovrebbe essere fatto per gli enti o comunità montane o collinari che dovrebbero essere rappresentative di una COMUNITA’ senza paletti burocratici e politici di ogni sorta e direttamente eletti dalle comunità stesse.
Del resto, diversi gruppi presenti al convegno già si sono strutturati su base locale , come il M.A.V. organizzatore del’incontro o il “Movimento per l’Autonomia Ossolana” presente a Varallo con l’On. Polli.
In un’ampia retrospettiva sulla travagliata storia dell’autonomismo, Roberto Gremmo ha voluto ricordare che i pionieri dell’idea di unione fra Piemonte e ponente ligure furono più di trenta anni fa Enrico Berio di Sanremo e il direttore “Assion Piemonteisa” l’ex partigiano Luigi Cerchio.
Un ruolo centrale di Novara nella sinergia funzionale del Nord Ovest e stato rivendicato dalla Scrittrice Silvia Garbelli della “Libera Compagnia Padana “ (L.L.C.P.) che ha criticato il “torinocentrismo” , calorosamente applaudita da tutti i presenti.
Sono pervenuti inoltre i messaggi di saluto dal “Fronte Friulano”, “Regione Lunezia “, “Comunità Antagonista Padana”, “Movimento Indipendentista Biellese”, “Jeunesse Valdotaine” e dal “ Gruppo ALPAZUR”.
Erano presenti gruppi della Val Susa , Val Sangone e della “NO TAV” , per la Valsesia gruppi autonomisti di Serravalle , Alagna e Varallo
Per conto nostro abbiamo ricordato che la lotta per l’autonomismo non può essere meramente economica o a soli fini fiscali, ma che soltanto una forte identità etnica, la valorizzazione di lingue e culture locali possono dare alla gente lo stimolo più forte per rivendicare la propria sovranità su territorio. Nel presente non può esistere un popolo che si possa considerare indipendente a tutti gli effetti, ma i popoli liberi possono decidere autonomamente le proprie dipendenze.
Marco Giabardo
M.A.V.
Movimento Autonomista Valsesiano
Via 24 maggio 16/3 13019 Varallo
VALSESIA