LEGA COMUNISTA: DOPPIA VERITÀ E IL CAPO HA SEMPRE RAGIONE

Fenomenologia della Lega: nascita, ascesa ed eutanasia di un partito (Parte prima)

di MARCO BASSANI

Confesso di parlare controvoglia di partiti politici: non è il mio campo e mi sembrano, con ben poche eccezioni, discorsi da bar. Tuttavia, nei bar oggi si parla solo di calcio, crisi e palinsesti televisivi e poi nel caso specifico della Lega si può ben fare un’eccezione: in fondo si tratta di un’autopsia da eseguire a seguito di un’eutanasia. E l’autopsia di un partito rientra (seppur latamente) fra i compiti di uno storico.

La Lega appartiene al giurassico della politica: è il più antico partito presente in Parlamento, sorto quando le Germanie erano due, la guerra era fredda e Andreotti era (quasi) diritto. Ora, chiunque voglia comprendere il fenomeno “Lega” non può partire dagli ultimi tre lustri – periodo nel quale il partito ha fatto parte del sistema e più spesso del “regime” – ma deve necessariamente studiarne la genesi, ossia gli anni della lotta (1987-1994). Questo vale per la comprensione di ogni partito autenticamente o burlescamente “rivoluzionario”. Gli storici del Partito nazionalsocialista concentrano la loro attenzione sui quasi quindici anni precedenti alla presa del potere, ossia nelle lotte politiche di Weimar. Dalla presa del potere in poi (1933), il NSDAP conta pochissimo e la storia propone ben altri e più potenti attori: lo Stato tedesco e il suo esercito. Il partito bolscevico, parimenti, si è strutturato interamente nel periodo zarista e quindi in clandestinità: Lenin, Stalin, Trotskij e tutti gli altri grandi dirigenti si sono formati in esilio o al confino. Il cristianesimo delle origini si studia nelle catacombe prima che nelle strutture di potere del declinante impero romano.

Ma, senza scomodare illustri (o infami) predecessori, la lotta contro la partitocrazia, il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), e in generale il clima politico degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta sono stati decisivi nella formazione dei dirigenti della Lega. E forse il plurale è di troppo giacché la Lega è la mente di Umberto Bossi e i gerarchi sono sempre stati i suoi coadiutori del momento, autentici precari della politica (con un altissimo tasso di declino e scomparsa: Castellazzi, Rocchetta, Marin, Tabladini, Gnutti, Pagliarini e tanti altri. Ohibò, nessun epurato il cui cognome finisca in “oni” … eppure ce n’era un bel terzetto fin dalla prima ora).

Quando Bossi smise di fare il fuoricorso di professione e di indossare il camice bianco fingendosi medico – su cosa abbia fatto il sedicente rappresentante delle aree più produttive d’Europa per i primi 38 anni della sua vita regna il più fitto mistero – folgorato sulla via dell’autonomismo dal compianto Bruno Salvadori, esistevano tre partiti nelle aree di lingua italiana fuori dal Ticino: il Partito comunista, la Democrazia cristiana e il Partito socialista. Il resto era elettoralmente poco più che un prefisso telefonico e pulviscolo ideologico. La mente dell’Umberto, il motore primo della Lega, studiò attentamente ognuna di queste macchine organizzative e strumenti di lotta per il potere e da ciascuna di loro prese qualcosa. Tanto che il partito che ne venne fuori era la perfetta fusione di alcuni degli elementi costitutivi di DC, PSI e PCI. In estrema sintesi, dai comunisti Bossi copiò il “centralismo democratico” con tutti i suoi corollari, dai socialisti, tattica e strategia politica, dai democristiani prese la voglia di compromesso e il costante gioco al ribasso, un doroteismo di fondo che accompagnerà la Lega sia nella lotta che nel governo.

In questo articolo (primo di una serie che si allungherà sulla base delle richieste dei lettori: vero esempio di paragiornalismo interattivo) incentreremo l’analisi sulla storia d’amore fra Lega e Pci.

Si narra che Bossi conoscesse tale partito non per sentito dire, avendo militato nelle sue fila nei primi anni Settanta. In ogni caso, non c’è dubbio che del grande Partito comunista egli ammirasse la coesione, il radicamento territoriale (e non mi riferisco all’Appennino tosco-emiliano) e la netta distinzione fra dirigenti e militanti. In realtà, ciò che la Lega prese dal Pci fu una versione peculiare del “centralismo democratico”. Questo principio, che si può sintetizzare col motto “massima discussione all’interno e massima compattezza verso l’esterno”, era la forza dei comunisti in tutto il mondo. In primo luogo, perché la discussione interna durava pochissimo e poi perché la compattezza esterna era granitica: dall’ultimo militante al segretario la linea era unica. Il partito, per i comunisti, non solo doveva diventare l’intellettuale collettivo, ma era il vero sostituto della “classe”. Nella ricerca della “linea”, il Pci era agevolato da un fatto: la sua prima ragion d’essere – come sosteneva un mio antico maestro, Giuseppe Are – era la politica estera dell’Unione sovietica.

La Lega non aveva né stelle polari, né un corpus politico-dottrinario paragonabile al marxismo-leninismo e dovette dunque declinare in maniera piuttosto semplicistica il “centralismo democratico”. Divenne semplicemente un “centralismo umbertino”: Bossi aveva sempre ragione perché rappresentava i risentimenti di un Paese identificato con un punto cardinale (la Nord-nazione …), ma soprattutto perché il movimento cresceva e i voti aumentavano. Il suo leggendario “fiuto politico” allora faceva crescere il movimento e poi sarebbe stato la chiave per resistere al potere oltre ogni ragionevole attesa. Dal 1987 al 1992 la Lega era quasi inesistente nel palazzo, ma cresceva tumultuosamente nelle regioni del Nord (tanto che Sama, per non sapere né leggere, né scrivere, allungò un bel 200 milioni di lire anche al partito di Bossi per mezzo del “pirla” Patelli).

Ma dal Partito comunista Bossi prese qualche cosa di ben più importante della regola che “il capo ha sempre ragione”, ossia l’idea dell’esistenza della doppia verità, una fatta per i semplici militanti e l’altra ristretta a una cerchia di accoliti del capo. Un aneddoto storico illustrerà meglio il punto. Un partigiano, segretario comunista di una provincia del Nord, si recò negli anni Cinquanta a visitare l’Unione sovietica. Al suo ritorno convocò tutti i militanti locali e disse apertamente che se fosse accaduto qualcosa del genere da noi avrebbe ripreso il mitra e sarebbe tornato in montagna. La cosa giunse all’orecchio di Togliatti, il quale lo convocò a Roma e gli parlò con grande franchezza. “Vuoi che non sappia cos’è l’URSS? Ma a dire certe cose si fa il gioco dell’imperialismo americano e si nuoce agli interessi del proletariato”. Da quando fu reso edotto della principale doppia verità sulla quale si fondava il partito, l’ex partigiano diventò il migliore e il più fedele fra i dirigenti comunisti, perché faceva parte della cerchia degli affiliati di primissimo grado. Alcuni sostengono, ma lo aggiungo solo per dovere di cronaca, che i comunisti avessero mutuato l’idea di una verità adatta alle masse e di una che si attaglia ai chierici, da un’importante e plurimillenaria istituzione non irrilevante nelle aree italiche.

La serie delle doppie verità leghiste iniziava con l’End-Ziel, lo scopo finale, per poi ripercuotersi su tutta la linea. Il federalismo era sì il sogno dei militanti, l’auspicio degli elettori, e forse era anche guardato con simpatia dai parlamentari, ma si tramutava in oggetto di privata ironia da parte della piccolissima cerchia dei dirigenti che contano (un po’ come l’ideale della società senza classi fra i comunisti). Se così con fosse stato, sarebbe risultata impossibile l’indicizzazione sgangherata dell’End-Ziel negli ultimi 20 anni: macroregioni, indipendenza, devoluzione, regionalismo (blando e spinto). Bossi agiva sulla base di un motto del marxista revisionista Bernstein (1899): “Il movimento è tutto, il fine è nulla”. Il partito, inoltre, si stanziava stabilmente a Roma e in quella città, non sempre amata dai suoi elettori, riponeva tutti i propri sogni e le proprie fortune, presentandosi sì come “cane da guardia dei soldi del Nord”, ma in realtà pronto a diventare il partito di Roma radicato nel Nord (proprio come il Pci, secondo le accuse degli estremisti di sinistra, era diventato da partito della classe operaia nello Stato borghese, a partito dello Stato nella classe operaia). Il fatto è che quelli che Miglio chiamava i “salotti porcaccioni romani” attiravano enormemente i provinciali cisalpini e solo i meno avveduti immaginavano di andare a Roma a fare la rivoluzione. Gli altri sapevano ciò che la città eterna eternamente offre ed erano pronti a coglierlo: potere, sesso e danaro, non necessariamente in quest’ordine.

A Bossi piaceva molto anche l’idea della militanza comunista. Infatti, egli subito copiò una regola aurea del Pci: i parlamentari devolvevano al partito tutti i soldi per i collaboratori. Le sezioni della Lega, come quelle comuniste, si caratterizzavano per una presenza capillare sul territorio e per l’utilizzazione della passione (ossia soldi e tempo) dei militanti. Su di una cosa il capo si discostò, invece, dall’esempio del Partito comunista. Quest’ultimo, infatti, da Gramsci in poi, aveva sviluppato un’autentica venerazione per gli intellettuali, nella convinzione che alla fine le masse pensano esattamente come le élite. Se conquistare i centri nevralgici dell’industria culturale era stato l’imperativo categorico del “comunismo occidentale”, Bossi si dimostrò in questo campo allievo di un comunista asiatico: Pol Pot. Per qualche anno fu tollerata nella Lega la presenza di una delle più lucide menti della cultura di lingua italiana, Gianfranco Miglio, ma il sospetto nei confronti di coloro che apparivano alfabetizzati non abbandonò mai il movimento bossiano. Al punto che per i leghisti valeva ciò che era stato già detto dei poliziotti sovietici, ossia che girassero sempre in tre: uno che sapeva leggere, uno che sapeva scrivere e uno che controllava quei due sporchi intellettuali. In breve, il leghista di professione non doveva fare ombra al capo.

La Lega, ossia Bossi, non ha mai compreso che la lotta politica è battaglia di idee e che se le idee non le fabbrichi in casa, sei costretto a usare quelle degli altri. Ma, persa ogni possibilità di discernere (si tratta di un’operazione intellettuale), diventa poi impossibile distinguere il grano dal loglio. E, infatti, incapace prima di elaborare l’eredità di Miglio e in anni più recenti di leggere e semplicemente recitare, un “manifesto politico” regalato da Ricolfi quale “Il sacco del Nord”, la Lega si è trasformata dal “peggior strumento per la migliore battaglia” ad una macchina di potere al servizio del nulla (o di “the family”). Mentre eseguiamo l’autopsia, queste semplici considerazioni ci preservano da qualunque forma di rimpianto. Il cadavere della Lega pone fine a un equivoco durato un quarto di secolo: la pressione fiscale, il processo di distruzione delle regioni produttive, l’imbarbarimento romano della vita politica non sono accadute nonostante la Lega, ma proprio grazie ad essa. La Lega ha rappresentato la garanzia che il “sacco del Nord” sarebbe proseguito senza troppe chiassate.

Il prossimo articolo (solo a grande richiesta…) analizzerà che cosa Bossi ha “preso e appreso” dai socialisti, anzi, da Bettino Craxi, apparentemente il nemico degli anni d’oro, in realtà il suo vero nume tutelare.

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RIFORMARE IL PAESE? LO STATO SI FACCIA DA PARTE

di PAOLO AMIGHETTI

Le magagne più vistose del sistema-Italia sono arcinote: da decenni la società è costretta a fare i conti con una burocrazia obesa e pervasiva, un fisco esoso e sempre più famelico, una redistribuzione del reddito che penalizza le regioni virtuose premiando quelle viziose. Di riforme si è molto parlato in questi anni, ma nel Bel Paese tramutare le parole in fatti è impresa ardua: l’intero sistema poggia su fondamenta di corruttela, prebende e privilegi che nessun partito ha interesse a minare.

Anche l’idea federalista, forse il piano più organico e lungimirante di ristrutturazione dell’edificio statale, è stata sciupata dalla strategia politica della Lega Nord, ed è ormai uno slogan propagandistico, una parola magica da dare in pasto all’elettorato moderato. Dietro al progetto di una federazione italiana stava, in origine, Gianfranco Miglio. Il politologo comasco, con il valido aiuto del Gruppo di Milano, elaborò un articolato sistema federale che avrebbe dovuto sostituire quello centralizzato, in pieno declino; ma quando nel 1994 la Lega Nord entrò al governo a fianco di Forza Italia e Alleanza Nazionale, fu Francesco Speroni ad essere nominato Ministro per le Riforme. Senza la direzione del professor Miglio, il progetto federalista era destinato ad una fine miseranda, e difatti non se ne fece nulla.

A poco servì la fondazione del Partito Federalista capeggiato dallo stesso Miglio; la piccola formazione fu relegata nell’angolino da una Lega in costante ascesa.

Il vento di cambiamento che spirava all’inizio degli anni ’90 ora si è affievolito, e dopo la sbornia secessionista il partito di Bossi ha ingaggiato svariate, insensate battaglie in nome di un’imprecisata autonomia: dalla devolution al Lombardo-Veneto, dal federalismo demaniale a quello fiscale. Nient’altro che fumo negli occhi degli elettori, la cui reale colpa è di aver seguito dovunque il don Chisciotte di Cassano Magnago senza domandarsi esattamente dove egli intendesse condurli.

L’astuto senatùr sa benissimo che un vero conflitto tra centro e periferia per la conquista di un ordinamento federale sarebbe disastroso e dispendioso; ma soprattutto si rende conto che, se lo Stato centrale venisse sostituito da una snella struttura federale, i primi a rimetterci sarebbero i partiti che vivono grazie ai soldi dei contribuenti, Lega in primis.

L’intero apparato che regola e gestisce la mano pubblica vive di centralismo e parassitismo; ampi strati della popolazione, mantenuti da un intricata ragnatela di trasferimenti e redistribuzione, non tollererebbero la chiusura dei rubinetti.

E con maggior forza si opporrebbero alla riforma i gruppi di potere foraggiati dal denaro pubblico: in caso entrasse in vigore un rigido sistema federale si ritroverebbero presto nei guai.

Un sistema coerentemente federale farebbe comodo ai ceti produttivi, ma nessuna voce si alza in loro favore: ciò che giova alla società civile danneggia fatalmente l’apparato. Per queste ragioni il federalismo, ormai, non è altro che un’esca alla quale molti ancora abboccano.

Il problema, però, non si esaurisce qui. In Italia il federalismo probabilmente non attecchirà mai, e non solo per la strenua resistenza dei ceti privilegiati: alcuni indizi lasciano intuire che un sistema simile sia del tutto inadeguato ad un Paese come il nostro.

1. In un sistema coerentemente federale ogni Stato o Cantone è tenuto ad autogovernarsi. Non può dunque dipendere da un altro Stato o Cantone federato. Scrive Alessandro Storti: «Autogoverno significa prelievo delle risorse e loro utilizzo in loco, con versamento di una quota ridotta alla federazione. […] Se una comunità politica non dispone della forza e delle risorse per difendersi (non necessariamente perchè povera, ma poichè il patto federativo glielo impedisce) allora è inutile anche soltanto continuare a chiedersi se essa faccia parte di una unione autenticamente federale».[1]

In Italia solo poche regioni, come Lombardia e Veneto, hanno le carte in regola per beneficiare di un rigoroso autogoverno: nel resto del paese, laddove non mancano le risorse, manca una cultura politica che favorisca l’impresa e anteponga, al sussidio dello Stato centrale, la produttività e il dinamismo che contraddistinguono le realtà più virtuose. Il Mezzogiorno non potrebbe in alcun modo inserirsi in un sistema federale: non riuscirebbe ad autogovernarsi, per mancanza di risorse e secolare assuefazione all’assistenzialismo.

Non dimentichiamo che il foedus, il patto che sta alla base dell’unione consensuale garantita dalla federazione, necessita del consenso di tutte le parti interessate: e l’intera società meridionale, da sempre aggrappata allo Stato, non accetterebbe probabilmente le restrizioni al potere centrale che una costituzione federale imporrebbe.

2. Un sistema federale può costituirsi più agevolmente in un contesto culturale che ne favorisca lo sviluppo. La federazione ha radici più solide, se a darle vita è l’istinto delle comunità all’aggregazione pattizia e alla collaborazione. La cultura dell’autogoverno è stata spazzata via durante i secoli della prepotente affermazione degli Stati moderni, e sopravvive ora nell’angolo più “medievale” del continente: la Confederazione Svizzera. Il foedus nasce dal basso, dalla comune volontà delle parti di stringere un rapporto paritario mutuamente vantaggioso: anche da qui deriva uno dei tratti fondamentali del federalismo, e cioè il frazionamento e l’equilibrio dei poteri. Tra federazione e singoli Stati o Cantoni non possono esistere sproporzioni evidenti: nessuna autorità può imporsi sulle altre e cancellarne l’influenza. Il processo di accentramento del potere in un polo unico ha causato il deterioramento di molte federazioni come gli Stati Uniti e la Germania.

In Italia la cultura federale è praticamente quasi inesistente, e ne mancano anche solo i presupposti. Nel ricco nord, nonostante le affinità tra svizzeri e lombardi, una coscienza del genere latita; al sud, secoli di centralismo amministrativo -da Federico II di Svevia a Ferdinando II di Borbone- l’hanno estirpata come un’erbaccia.

Un patto del Grütli[2] in salsa peninsulare tra lombardi, veneti, siciliani, toscani e romani pare dunque altamente improbabile. E una federazione imposta per decreto sarebbe come una costituzione ottriata, cioè concessa dall’alto, priva di una compartecipazione della comunità interessata e di reale significato politico: un edificio privo di salde fondamenta, destinato ad un crollo fragoroso. Un redivivo D’Azeglio direbbe in questo caso: “Fatta la federazione, dobbiamo fare i federalisti”. Ma la logica del federalismo si regge proprio sui presupposti contrari.

Insomma, di fronte ad ostacoli di questa entità, una comunità autenticamente federale dall’Alpi a Sicilia sembra un progetto del tutto irrealistico.

Come imboccare, dunque, la strada del cambiamento? Come accelerare la fine di questa Italia irriformabile e incorreggibile, se la via federale appare impraticabile?

Non è necessario che lo Stato cerchi di stilare una costituzione improntata al decentramento. Basta che si faccia da parte, e lasci che a decidere del proprio destino, pacificamente e consensualmente, siano finalmente le comunità che finora il potere politico ha sfruttato e mortificato. Solo il diritto alla piena autodeterminazione può dissolvere i legacci che soffocano i cittadini, inchiodandoli al dogma dell’unità nazionale.

Note

1. Articolo pubblicato su Enclave, dicembre 2000.

2. Accordo siglato nel 1291 presso l’omonimo prato, che sancì l’unione dei primi tre cantoni elvetici di Uri, Schwyz e Unterwalden.

http://www.lindipendenza.com/riformare-il-paese-lo-stato-si-faccia-da-parte/

Una Beretta al giorno toglie il tiranno di torno

E’ chiaro che le leggi contro il possesso delle armi sono leggi del passato nazifascista e che continuiamo ad usarle nonostante il fascismo sia finito -le leggi fasciste fanno sempre comodo quando servono agli scopi della classe dirigente. La prima cosa che un dittatore fa è tagliare qualsiasi possibilità ai gruppi ribelli di armarsi. Lo sapevano anche i romani e così hanno fatto i sovietici, i nazisti e i fascisti. La scoperta dell’acqua calda insomma.

Quelli che poi diventeranno partigiani e tutti quelli che si opponevano a Mussolini quel giorno del 1931 in cui fu promulgata la legge contro il possesso civile delle armi capirono che la dittatura aveva vinto. Diventarono partigiani solo quando ricevettero le armi dagli alleati. Significa che tutto il mito e l’aurea di eroismo che si sono creati a sinistra esistono solo grazie al possesso delle armi da parte dei civili. In teoria queste persone dovrebbero osannare leggi più liberali per il possesso delle armi ma ovviamente si nutrono di pane e ipocrisia da più di 50 anni.

Se oggi Mussolini salisse al potere non avrebbe bisogno delle sue squadracce né della militarizzazione del paese. Infatti chi potrebbe opporsi al suo potere? E chi infatti può opporsi a qualsiasi governo se abbiamo non solo eliminato la possibilità di armarci contro i tiranni ma perfino eliminato la possibilità della violenza contro i tiranni?

I governi che abbiamo sono fascisti fino al midollo ma non hanno bisogno di parate o fucili perché tanto i cittadini sono pecore ammansite. Quello che dico è come sempre impopolare, controcorrente, controintuitivo e la gente si infervora facilmente ma non ho difficoltà ad ammettere che il 90% delle persone che hanno letto questo post non sono d’accordo con la liberalizzazione del possesso di armi. Ma non importa, non è l’opinione della maggioranza che conta ma quella della ragione.

http://lanuovaeresia.wordpress.com/2012/04/26/una-beretta-al-giorno-toglie-il-tiranno-di-torno/

I veri eredi del fascismo

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Non era nostra intenzione parlare dellaResistenza, del 25 Aprile e delle solite polemiche sugli inviti non-inviti politici alle manifestazioni. Come al solito i politici e i sindacati riescono a renderti odiosa perfino una giornata che commemora la liberazione dal nazifascimo. Ma, dico ma, ci sono alcuni commenti a freddo che vorremmo fare che interessano la libertà e che molti sostenitori del Giorno della Liberazione non hanno ancora capito (nonostante festeggino quella che chiamano liberazione).

Il primo riguada i picchetti contro i negozi aperti nel giorno del 25 Aprile a cui abbiamo assistito in questi giorni. Costringere qualcuno a chiudere il proprio negozio nel giorno che dovrebbe celebrare la liberazione dal nazifascismo è inutile dirlo… fascismo. Tra l’altro gli stessi sostenitori dell’organizzazione statale degli orari di apertura delle attività lavorative non fanno altro che sostenere ciò che il Fascismo prima di tutti inventò: appunto la centralizzazione e statalizzazione degli orari di apertura dei negozi. Le associazioni partigiane, gli antifascisti e la sinistra in generale sono ormai gli unici veri sostenitori delle leggi fasciste (compresi il sistema del welfare fascista, le corporazioni fasciste mascherate da albi professionali, il controllo dei dati bancari e delle comunicazioni dei cittadini ecc.) ed è anche grazie a loro se il fascismo vive ancora nelle nostre società.

Ma cè poco di che scandalizzarsi per questa ipocrisia di cui non si rendono nemmeno conto. Basti leggere quello che dicono in difesa dei loro picchetti squadristi: “E’ la legge!”. Chissà cosa avrebbero detto i loro padri partigiani quando i bravi cittadini dell’Italia Fascista eseguivano gli ordini e arrestavano gli ebrei all’urlo de “E’ la legge!”.

Ma c’è un altro motivo che mi ha spinto a scrivere questo post, un motivo che sta molto a cuore ai libertari e ai partigiani degli anni 40: il controllo statale delle armi.

Infatti i partigiani dell’epoca ebbero molta difficoltà a trovare le armi per la loro resistenza visto che una delle prime cose che fece il regime fascista fu quella di vietare ai civili il possesso di armi con ilRegio Decreto 773 del 1931 su cui si basa la legislazione corrente. L’unico modo era rubarle alle truppe fasciste e naziste o riceverle dagli alleati. In ambedue i casi era difficilissimo e pericoloso. Il Regio Decreto del 1931 non è una singolarità fascista: tutti i regimi socialisti fecero lo stesso, l’URSS nel 1929, la Germania nel 1938. I partigiani stramaledissero quella legge.

Ma fortunatamente c’erano gli alleati e molte armi nascoste della Prima Guerra Mondiale. Qualcosa che nel 2012 non sarebbe possibile.

Infatti quello che è successo in quegli anni forse non sarebbe potuto accadere nelle nostre società odierne, tanti sono i controlli e così poche sono le possibilità di ottenere le armi. In poche parole una Resistenza non sarebbe possibile nel 2012 perché nelle nostre società solo gli Stati possiedono le armi e il monopolio della violenza. Pardon, solo gli Stati e le mafie.

E a ben vedere nel 2012 non sarebbe neppure possibile un fascismo come l’abbiamo visto nel ventennio perché nel 2012 non c’è alcun bisogno di militarizzare la società visto che non vi è alcuna possibilità che i cittadini si armino contro i governi. In breve, i regimi si armano solo quando ci sono sacche di resistenza armata. Nel 2012 i regimi sotto cui viviamo sono fascisti ma senza bisogno di puntarti una pistola alla tempia: basta una cartella esattoriale di Equitalia. E tanti utili idioti che urlino “E’ la legge!”.

http://libertarianation.org/2012/04/26/i-veri-eredi-del-fascismo/

COMUNICATO M.A.V.-V.I. 25 APRILE 2012

COMUNICATO M.A.V.-V.I.  25 APRILE 2012

In occasione del 67° anniversario della Lotta Partigiana, nel ricordare i fratelli Valsesiani e non, caduti per la libertà non solo di questa Valle, ma di tutto il territorio occupato, vogliamo riportare alla luce la storia (raccontata a posteri in maniera del tutto non obiettiva) dei Partigiani del movimento “Milan ai Milanes “ (Storia ribelle N°31 inverno 2011/2012) che erano attivi, nel dopoguerra, in Insubria. Questi fecero una propaganda anti romana, pur ristretta numericamente ma importante per le idee profuse, che anticipavano di molti anni tematiche di autonomia e di un’Europa federata, non quella odierna di banchieri, guerrafondai e capitalisti, ma tra popoli liberi, non necessariamente ristretti in stati centralisti. In quest’ottica continua la nostra lotta culturale nel riportare a galla quello che il regime centralista ha sempre insabbiato, tra queste ricordiamo la storia della Repubblica (partigiana) della Valsesia, e la carta di Chivasso del dicembre 1943.

Il Direttivo M.A.V.-VALSESIA INDIPENDENTE

L’ultima resistenza – Le rivolte partigiane dopo la nascita della repubblica (1946-1947)

L’ultima resistenza – Le rivolte partigiane dopo la nascita della repubblica (1946-1947)

E’ stata pubblicata la seconda edizione ampliata del volume “l’ultima resistenza” uscita nel febbraio 1995 edizioni Elf. Questa nuova documentazione inedita rileva la sfida lanciata da una parte di partigiani all’imbelle e perdente strategia interclassista portata avanti da Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, un plateale tradimento degli ideali della resistenza e dei suoi caduti. Nel 1946 moltissimi partigiani, delusi e arrabbiati, tornarono armi alla mano sulle montagne che li videro scendere nel giorno della liberazione, fu una rivolta spontanea e di ampia risonanza, tanto che  l ‘On. A. De Gasperi  paragonò questa rivolta alla marcia su Roma del 1922, senza provare vergogna per questo volgare paragone a cui esponeva gli stessi che quella tirannia l’aveva combattuta versando il proprio sangue. Le prime rivolte si svolsero nell’astigiano e nel cuneese, a Santa Libera (comune di Santo Stefano Belbo) subito seguite da altri partigiani in prov. di Torino, in Liguria e nella Toscana anarchica e ribelle, nel Veneto, in Emilia e nelle montagne della Lombardia. Questa rivolta era destinata alla sconfitta, perché P.C.I. e A.N.P.I., compromessi con il sistema capitalista e nella co-gestione con i partiti moderati e filoamericani, fecero di tutto per convincere i partigiani a rientrare nella “legalità” e tornare a casa, senza dimenticare il ruolo ambiguo avuto da Pietro Secchia, Cino Moscatelli, Francesco Moranino, che con il loro prestigio  fecero di tutto per soffocare questa giusta e legittima rivolta, la seconda ondata rivoluzionaria fu soffocata con un altro vergognoso tradimento da parte della delle dirigenze politiche di questo paese. Su questa nobile rivolta calò il silenzio, al contrario quest’opera cerca di dargli il giusto ruolo fuori dalla retorica Patriotarda del 25 Aprile. Io sono fedele alla resistenza rivoluzionaria, non quella del cambio di colore dal nero al rosso. L’inquieto, irriducibile e irregolare libertario Carlo Andreoni, organizzò un nuovo “movimento di resistenza partigiana”, creando campi partigiani nelle vallate biellesi e limitrofe, Il governo allarmato decise di adoperare la forza contro le giuste richieste dei partigiani, la “Polizia democratica” (che non era altro che la stessa polizia del periodo precedente ma con nome nuovo) mise in galera gli ultimi partigiani, che con illusione attendevano il momento buono e il ritorno dei capi che invece tradirono. “L’ultima resistenza” è stata insabbiata dalla storia ufficiale, tutto ciò può lasciare perplessi,  ma davanti a questa pagina coraggiosa ci dobbiamo levare il cappello, senza paura di affrontare anche le pagine meno nobili della guerra di liberazione, di cui l’autore di questo volume, lo storico Biellese R.Gremmo, divulga da anni, senza sconti per nessuno, il suo lavoro dovrebbe essere riconosciuto e studiato, ma fa troppo paura alla casta degli storici di regime che albergano nelle sacrestie di destra e di sinistra ( il denaro non ha colore ). E’ ora di fare piazza pulita di questo modo di insegnare la storia contemporanea, imparando dalla grande lezione dello storico R. De Felice, livello che  l’autore di questo volume a raggiunto pienamente.

Voglio dedicare questo scritto alla memoria di Mario Acquaviva e Fausto Atti, militanti del Partito Comunista internazionalista assassinati da sicari del PCI per le loro idee.

Francesco Sargentini

“Il triangolo delle bombe – gli attentati all’arcivescovado di Milano dal 1919 a piazza Fontana”

Il triangolo delle bombe

È uscito da qualche mese il nuovo volume di Roberto Gremmo dal titolo: “Il triangolo delle bombe – gli attentati all’arcivescovado di Milano dal 1919 a piazza Fontana”. Un’opera importante che scava con coraggio e onesta intellettuale una delle pagine più tragiche della storia recente del nostro paese, partendo dal 1919 alla strage di piazza fontana del 12 dicembre 1969, la cosiddetta strategia della tensione, dopo tanti anni esecutori e mandanti non hanno pagato, lasciandosi dietro una scia di  morte. Un lavoro rigoroso e documentato che spero venga letto e discusso senza paraocchi ideologici, non possiamo avere un paese migliore e democratico se non conosciamo la verità, l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969 provoco la cosiddetta strage di stato che come dice bene il titolo di questo libro chiudeva il triangolo delle bombe, tutto serviva perché nulla cambiasse di gattopardesca memoria, questo vale per tanti sessantottini pentiti che sono diventati i cani da guardia del potere che allora volevano abbattere, come mi ha insegnato l’autore di quest’opera bisogna sempre tenere alta la propria coscienza e dignità. Sono passati governi di diverso colore politico, ma su quelle tragiche pagine non un filo di verità in mezzo secolo, sulla scena di gran parte delle tragedie stragiste sono mutati gli esecutori ma i sordidi e sanguinari burattinai non sono cambiati, e ora di stanarli anche facendo ricerca storica seria e obbiettiva, questo nel nostro paese viene impedito dalla censura delle varie chiese ideologiche, alla verità meglio il silenzio. Questo libro nel suo piccolo da un contributo perché finalmente si apra una luce di verità, affinché i morti di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia non siano assassinati l’ennesima volta. Invitiamo alla lettura del n° 31 di Storia Ribelle (rassegna di studi ricerche e memorie inverno 2011/2012) che da un grande contributo alla ricerca storica, dal sommario di questo numero si va da: “Il millenarismo rivoluzionario – da Fra Dolcino a Davide Lazzaretti” a : “le denunce dei  militanti torinesi di ‘ Servire il Popolo ’ e di ‘ Lotta Continua ’ nel 1972”. Vogliamo inoltre segnalare l’articolo “la propaganda anti romana dei partigiani del movimento ‘Milan ai Milanès’ nel 1945 “ che anticipano le idee federaliste e autonomiste. Una storia nobile, di cui vado fiero, poco conosciuta che mette in discussione verità ufficiali.

Francesco Sargentini