La balma dei Cervi: la preghiera degli Dei

La balma dei Cervi: la preghiera degli Dei

Nel 2012, quando la sovrintendenza ha ufficializzato la scoperta e ha posto sotto la sua protezione la Balma dei Cervi in Valle Antigorio, mantenendone segreta l’ubicazione, riscontrava che “si sono avuti alcuni distacchi  della crosta calcarea, con l’asportazione delle pitture; alcuni distacchi sono in corso con margini sollevati di 1 o 2 mm”. Nella nostra breve visita due anni dopo, la delicata situazione in cui le pitture versano è stata inequivocabilmente evidente anche ai nostri occhi inesperti. È un miracolo che questi inestimabili messaggi sulla roccia siano ancora lì dopo millenni.

Abbiamo raggiunto la balma non per curiosità, ma per raccontare, sensibilizzare e invitare al rispetto, affinché il nostro patrimonio non vada distrutto e dimenticato. Non riveleremo dove si trova. Questo gioiello deve rimanere segreto per rimanere protetto.

Ci appelliamo dunque affinché tutte le autorità provvedano al più presto alla loro messa in sicurezza, così come già ampiamente promesso e prospettato.

E ci appelliamo a tutti voi affinché il vostro desiderio di avvicinarle, per quanto comprensibile, alimenti invece il buon senso e il rispetto verso questo dono meraviglioso che viene da lontano.

Ci appelliamo affinché la Balma continui ad essere per l’umanità.

Fabio Casalini, Francesco Teruggi, I viaggiatori Ignoranti, TriaSunt Associazione Culturale

In questa terra, segnata dalla storia, qualcosa sfugge.

Ricordi di un tempo perduto.

Lottiamo per resistere, per mantenere vivo il ricordo di quello che un tempo eravamo ma senza comprendere il significato di quello che siamo.

Il corpo ora riposa. 
La mente vacilla.

I nostri occhi tanta vita hanno visto passare ma qui, ora, non guardiamo con gli occhi, guardiamo con il cuore.

Questo luogo non luogo è un orizzonte che ci attende.

Questa pietra che gira tra l’Ossola ed il mondo racconta una storia.

Storia di uomini che avevano un contatto che abbiamo dimenticato.

Come figli delle stelle siamo molto terreni, ancorati alla natura più di quanto possiamo immaginare.

Hanno lasciato qualcosa per noi.

Il tempo sta sgretolando la pietra sulla quale gli antichi pregavano, piangevano e vivevano.

Ci guardiamo ammirati per quello che sapevano.

Oggi scaliamo montagne e ci fermiamo di fronte ad una collina.

Costruiamo ponti per attraversare un qualcosa che non guardiamo.

Ci disgreghiamo di fronte alla stupidità dell’essere umano.

Fermiamoci!

Capiamo e ripartiamo da dove eravamo.

Erano giganti che pensavamo cacciatori.

Erano stregoni che pensavamo raccoglitori.

Il loro disegno sorpassa la linea del tempo.

Ci sono volute tre persone affinché il disegno tornasse a dispiegare la sua energia: un forte cacciatore, degno figlio di questa terra, un cocciuto archeologo di Mergozzo ed una determinata signora di Gravellona Toce.

Prima di loro altri hanno visto, e forse sorriso. Non hanno capito.

Non serve riempire la libreria se poi non si guarda il mondo con occhi da bambino.

[Fabio Casalini]

C’é una balma, da qualche parte in valle Antigorio, nell’estremo nord del Piemonte e dell’Ossola, alla quale solo i cervi salgono. Pare un grande orecchio teso ad ascoltare il ruggito distante del fiume.
Sul colmo del rigonfiamento che sporge quasi come una mensola, a circa 1 metro e mezzo d’altezza, giace, nel silenzio, il più vasto e forse antico complesso di pitture rupestri delle Alpi Occidentali.
Sono almeno una quindicina i siti noti, tra cui il Balm d’la Vardaiola dell’Alpe Veglia, a poche decine di chilometri di distanza, la Rocca di Cavour, la Balma ’d Mondon in val Pellice e Ponte Raut in val Germanasca, con cui sembrano avere molto in comune, ma le pitture antigoriane li superano tutti.

La fascia dipinta, lunga circa sei/sette metri è coperta di almeno una quarantina di pitture in ocra rossa di sfumature volutamente differenti, tracciate con la certezza e la calma di chi sa cosa significano.
Un punto, un solo punto apre la narrazione che, poi, si sviluppa in almeno quattro zone, come capitoli di un libro, su un leggero strato candido di aragonite, depositata dall’umidità che percola dalla balma. Un altro punto conclude la storia. “Oranti in preghiera” simili a quelli camuni o a certe figurazioni “tombali” sarde si alternano a file di punti, recinti, simboli antropomorfi, ombre vive di una realtà che non sappiamo più riconoscere.
Mai sapremo davvero di quale racconto si tratti, mai riusciremo a leggerlo.

È un racconto di eroi e di dee, il ricordo del tempo perduto in cui l’uomo parlava con le stelle. Sono simboli, concetti, astrazioni, di cui forse non capiremo mai la verità e l’essenza, poiché proprio non lo meritiamo. Ma dalla compassione di cui la natura ci fa partecipi, nonostante la nostra tendenza irrefrenabile a oltraggiarla, i segni della sua presenza sono riemersi nel 2008.

Se davvero è opera, come si pensa, di cacciatori eneolitici, non dovrebbe sorprendere che, millenni dopo, a imbattersi in questa scoperta sia stato proprio un loro lontano discendente. Solo un cacciatore si sarebbe spinto fino a quella balma, solo un cacciatore avrebbe potuto riconoscere i segni eterni lasciati dai suoi “avi”.

Altri anni sono poi occorsi prima che i tempi fossero adatti. Finché, nel novembre del 2011, poco distante da quello stesso luogo, un archeologo ha riconosciuto nelle foto quello che il cacciatore sapeva nel cuore.

Per ora non sono state rinvenute tracce di una permanenza dell’uomo in questo luogo, talmente sacro che sulla sua essenza religiosa sono d’accordo perfino gli storici e gli archeologi. Mani esperte e degne ebbero dalla natura, una volta soltanto, il permesso di scrivere su queste rocce parole eterne.
Poi, su di esse, la Madre delle madri fece prodigiosamente scendere un sottile manto traslucido di concrezione calcarea, per proteggerle. E con esso, provvide ad avvolgerle nel giusto oblio che anche oggi dovremmo osservare.

Quando il cacciatore e l’archeologo la raggiunsero insieme per la prima volta, c’era un cervo ad aspettarli, il totem di quel luogo ancestrale, il suo vigile custode e fondamento. Solo i cervi infatti salgono alla balma, da quando il mondo l’ha plasmata.
La raggiungono per strofinare le “corna” contro la roccia scintillante, dove sanno di avere il permesso per compiere quel rito naturale. Nessuna pittura è stata toccata dalle loro ruvide impalcature. Vengono tra la primavera e l’estate ad affilare e perfezionare i palchi con cui conquisteranno le femmine e sfregando, rendono più viva e feconda la dura roccia.
Tornano solo nel più gelido inverno, i “tori delle fate”, per lasciarli come fiori sulla soglia della casa dove la loro amata dimora. E in quel ritmo raccontano la storia di tutto ciò che esiste. Nell’abbraccio della balma il cervo nasce, muore e morendo torna a nuova vita.

Di quegli “omini” dipinti alla balma, che paiono a tratti visitatori spaziali, perché giungono da epoche remote che non conosciamo veramente, dall’Era dell’Orsa, del Cinghiale Bianco e del Signore dei Boschi, si scrive, con tono asettico, che essi sarebbero “figure antropomorfe schematiche con le braccia alzate”.
Eppure il fanciullino silente in ognuno di noi, “che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi”, guardando meglio ci spinge a sfuggire ai sensi e alla ragione per cercare nuovi significati. E allora in quelle “braccia” alzate, compaiono d’improvviso i profili dei palchi di cervo, in quelle “gambette” storte e sproporzionate le zampe possenti del sacro animale.
Gli antropomorfismi pareidolici cedono subito il passo alla contemplazione della potenza di quei simboli, della forza universale che quei segni rappresentano ed esprimono.
Poco a poco le fessure naturali, i rigonfiamenti, tutto su quella roccia pare vivo e pregno di sensi e significati impossibili da immaginare. Infine, anche quel triangolo fatto di punti e di “omini”, che i pochi fortunati visitatori d’istinto hanno definito “aquila” e l’innocenza di una bambina “la valle in mezzo alle montagne”, lo riconosci.I puntini pare formino “recinti”, “catapulte”, “ghirlande”, corde che legano”. Ma chi li fece, con davanti agli occhi le macchie bianche sul manto dei piccoli di cervo, li plasmò in forma di gocce e li disegnò facendo delicatamente leva con il dito sulla roccia, come a voler imprimere a ciascun punto il movimento vitale.

Quel profilo non è che il muso, il naso, della Bianca Regina dei Cervi, il cui alito dolcissimo emana parole di tenerezza per il mondo. Forse quei simboli sono allora, le idee pure, i progetti, la danza cosmica dei pensieri di quell’Intelligenza che ha creato ogni cosa.

Tra quei pensieri, uno è di certo per noi piccoli uomini, particelle infinitesimali nella grandiosità della creazione. Chissà che non porti un messaggio quel “capovolto”, a testa in giù e con un arco sulla testa… dicono che quello tra i “cacciatori” invitati alla Balma che lo dipinse, quel Buonarroti della preistoria, lo fece mettendosi a testa in giù altrimenti non ci arrivava e da quella posizione non poteva che disegnarlo al contrario…

Eppure è un simbolo già visto: i gitani, che in tarda primavera e in autunno si riuniscono in Provenza, lo chiamano “l’uomo che afferra il cielo”, stilizzazione del primo arcano dei tarocchi zingari.
Nelle sue sembianze involgarite si cela l’antico Mercurio, messaggero degli dei. Lì, sulla parete della balma, così capovolto, pare proprio Hermes che porta il messaggio del cielo sulla terra. Anzi, che porta il cielo sulla terra, come a voler dire che il “cielo”, che tanto cerchiamo, è in “terra”. O, meglio, che l’unica strada per giungere al Cielo è la Terra.

La terra è mamma e maestra misericordiosa, mai matrigna.

Attese che uomini degni nascessero in quella valle e li accolse in quel preciso punto affinché disegnassero il suo messaggio.

Al resto avrebbe provveduto il vento di Nord Ovest soffiando, come le brezze degli altopiani asiatici sui cordoni dei mantra tibetani, su quelle preghiere di tenerezza, custodite dal “bestiame della Dea”, che la Natura rivolge incessante all’uomo:Abbi fiducia in me.

[Francesco Teruggi]

BIBLIOGRAFIA

*Alberto De Giuli e Ausilio Priuli, Le pitture parietali della “Balma dei Cervi” in valle Antigorio – nota preliminare, in Oscellana XLII, 2012, Ed. Oscellana, 2012

*Francesco Rubat-Borel con Angelo Carlone e Andrea Arcà, Crodo. Balma dei Cervi, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, nr. 28, Torino, 2013

*Maria Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma, 2008

*Gaudenzio Ragazzi, Iconografia preistorica e Coreutica: la Danza alle porte del Cosmo, in Atti del XV seminario dell’Associazione Ligure per lo Sviluppo degli Studi Archeostronomici, Sestri Ponente, 2013

*Massimo Centini, Mito Religione Magia, Ed. Mediterranee, Roma, 1997
*Julien Ries, L’uomo e il sacro nella storia dell’umanità, Jaca Book, Milano, 2007

*James David Lewis-Williams, A cosmos in stone – Interpreting Religion and Society Through Rock Art, Rowman Altamira, LanHam, Maryland, Usa, 2002

*Robert Graves, La Dea Bianca, 1948

*Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Rizzoli, Milano, 1992

*Julian Jaynes, Il Crollo della mente bicamerale e la nascita della coscienza, Adelphi, Milano, 1996

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/2014/10/la-balma-dei-cervi-la-preghiera-degli.html

Il mito degli Alpini e il loro passato

Il mito degli Alpini e il loro passato

Cultura del territorio – Landeskultur

Gli alpini sono stati fondati nel 1872 come truppe di montagna per la difesa dei confini alpini dell’Italia. La creazione di queste truppe alpine era già espressione del nazionalismo italiano, nato nel XIX secolo, che poneva un’attenzione sempre maggiore sul presunto confine naturale del paese lungo l’arco alpino. Già nel 1888 gli alpini, nati per difendere il confine alpino, furono invece inviati in Africa per conquistare delle colonie per l’Italia. Alla guerra contro la Turchia 1911/12, iniziata dall’Italia per annettersi le province turche della Tripolitania e della Cirenaica (Libia) nonché del Dodecaneso, parteciparono dieci battaglioni di Alpini. Reparti di Alpini erano anche coinvolti nella dura repressione del movimento per la liberazione della Libia, durata fino al 1933. La popolazione libica fu decimata nei campi di concentramento, con marce di morte nel deserto e con le armi chimiche usate anche contro i civili. Questa guerra crudele viene ricordata dal monumento all’Alpino di Merano e, al cimitero di Bressanone, dalla scritta sotto il busto del brissinese Heinrich Sader, morto in circostanze misteriose in Libia. „Caduto in terra d’Africa per la più grande Italia“, cioè per le mire espansionistiche italiane, recita questa scritta. Secondo la propaganda, ripetuta ancora oggi, l’Italia avrebbe portato cultura e civiltà, in realtà ha portato solo morte e distruzione. „I veri barbari siamo noi“, scrisse a suo tempo il giornale socialista „Avanti“.

Nella guerra d’aggressione contro l’Austria a partire dal 1915 gli Alpini sostennero gran parte dei combattimenti soprattutto sul fronte col nostro Tirolo. Dopo la guerra la propaganda fascista creò il mito dell’Alpino come soldato montanaro che avrebbe conquistato per l’Italia quella parte delle Alpi che sarebbe stata destinata all’Italia dalla natura o addirittura da Dio. Fino ad oggi quasi tutti i media italiani si attengono strettamente alla retorica fascista secondo la quale l’Alpino sarebbe un montanaro semplice, tenace, buono, coraggioso e patriottico. In questo spirito nazionalistico fu fondata nel 1919 l’Associazione Nazionale Alpini (ANA), associazione subito allineata al regime fascista dal quale non si è mai distanziata in modo inequivocabile.

Un ruolo molto importante gli Alpini hanno svolto nella guerra d’annientamento contro l’impero etiopico (1935-1936). Proprio per questa guerra fu costituita il 31 dicembre del 1935 la divisione alpina „Pusteria“, che infanga ancora oggi il buon nome della valle. In questa guerra l’Italia fece uso delle armi chimiche in quantità mai viste anche contro i civili. Le truppe italiane non fecero quasi mai prigionieri. Anche gli Alpini parteciparono alle uccisioni di massa della nobiltà etiope e dei religiosi cristiani. Soltanto nella città sacra di Debre Libanos furono uccisi circa 2000 tra preti e monaci. La Divisione Pusteria partecipò alle battaglie cruente di Tigrai, Amba Aradan, Amba Alagi e Tembien ed ai massacri di Mai Ceu e al lago Ashangi. I massacri continuarono anche dopo la fine ufficiale della guerra. Nell’aprile del 1937 la Divisione Pusteria ritornò in Italia e sfilò per le vie di Roma. Nel 1938 Mussolini ordinò di persona la costruzione di un monumento a Brunico per glorificare le „gesta eroiche“ della Divisione Pusteria. Davanti a questo monumento degli orrori gli Alpini depongono ancora oggi delle corone.

La Divisione Pusteria intervenne anche quando l’Italia il 10 giugno del 1940 dichiarò guerra alla Francia. Successivamente partecipò all’aggressione contro la Grecia, aggiungendosi alla „Julia“ presente in questa campagna sin dall’inizio. L’occupazione italiana della Grecia costò la vita a circa 100.000 Greci. La Divisione Pusteria fu trasferita nell’estate del 1941 in Montenegro ed in Croazia per la lotta contro i partigiani. Il comportamento degli Alpini in questi paesei balcanici non era meno crudele che in Etiopia. Interi paesi furono bruciati, persone sospette torturate ed uccise.

Un capitolo a parte merita la partecipazione degli Alpini alla guerra contro l’Unione Sovietica. L’Italia dichiarò la guerra all’Unione Sovietica il 23 giugno del 1941, un giorno dopo che la Germania nazista aveva attaccato questo paese. Mussolini inviò tre divisioni di fanteria, il cosiddetto Corpo di spedizione italiana in Russia (CSIR) al fronte orientale. Nel 1942 il numero delle divisioni aumentò a dieci, che formarono la nuova VIII Armata oppure „Armata italiana in Russia (ARMIR). Di queste dieci divisioni tre erano divisioni alpine, e cioè Cuneense, Julia e Tridentina. I comportamenti dei soldati italiani nei confronti della popolazione dei territori occupati non si differenziarono da quelli dei soldati nazisti. Secondo le direttive degli alti comandi ogni resistenza attiva o passiva della popolazione civile era da reprimere con metodi durissimi. Le cosiddette spie erano da giustiziare sul posto. Il generale Gabriele Nasci, comandante del corpo alpino, aveva dato l’ordine di rispondere con „rappresaglie di severità esemplare“ ad ogni atto ostile. Le truppe dovevano prendere ostaggi ed ucciderli nel caso fosse necessario. Diversi documenti provano come questo sia veramente successo. I commissari politici delle forze armate sovietiche, i „ribelli“ e gli „elementi indesiderati“ come ebrei e nomadi venivano consegnati il più presto possibile ai tedeschi, conoscendo ed approvando quello che era loro destinato. Ampiamente documentata è la completa distruzione dei paesi di Snamenka e di Gorjanowski nell’ Ucraina nonché l’uccisione di tutta la popolazione di questi paesi da parte delle truppe italiane. L’Unione Sovietica ha condannato per crimini di guerra diversi ufficiali italiani, caduti in prigionia, ed ha chiesto l’estradizione di diversi altri criminali di guerra all’Italia, estradizione negata dall’Italia. Perfino comandi militari tedeschi criticavano a volte il comportamento troppo crudele degli italiani, mentre il comandante dell’ARMIR, generale Giovanni Messe, scrisse subito dopo la guerra che il corpo di spedizione italiano si sarebbe distinto da tutti gli altri eserciti „per la sua cultura superiore, il suo senso di giustizia e la sua comprensione umana“. Nelle lettere dei soldati italiani, raccolte nel centro di censura a Mantova, si legge invece di soprusi e di uccisioni di civili. Dopo la guerra è uscita in Italia una ricca letteratura giustificativa che ha creato il nuovo mito dell’Alpino come vittima e non come colpevole in questa campagna di Russia. In realtà gli alpini erano vittime di un governo irresponsabile. Dei 57.000 Alpini che parteciparono all’aggressione contro l’Unione Sovietica, soltanto 11.000 ritornarono. Erano però non solo vittime, ma anche colpevoli . Il loro sacrificio è stato strumentalizzato dal fascismo, e questo viene fatto ancora oggi, per giustificare comportamenti non giustificabili e creare nuovi miti.

Uno di questi nuovi miti è quello di Nikolajewka. Secondo questa leggenda la Divisione Tridentina avrebbe sfondato il 26 gennaio 1943, dopo aspri ed eroici combattimenti, l’accerchiamento sovietico, aprendo la strada verso ovest a tanti soldati sia italiani che tedeschi. In realtà l’accerchiamento è stato rotto dal 24° corpo corrazzato tedesco. Più di questo falso storico-militare preoccupa però il fatto che gli alpini ricordano ancora oggi una presunta vittoria in una guerra criminale, identificandosi in questo modo ancora oggi con questa guerra.

Dopo la guerra il governo Degasperi, dopo l’amnistia decretata dal ministro alla giustizia Togliatti, ha fatto di tutto per impedire procedimenti contro militari italiani per crimini commessi in Libia, Etiopia, nei paesi balcanici o nella Unione Sovietica. Si cercava di creare l’impressione che le forze armate italiane, pur essendo stata l’Italia alleata della Germania nazista, si sarebbero sempre comportate in modo impeccabile. Nella logica della guerra fredda Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, per tenere l’Italia nel blocco occidentale, non avevano alcun interesse di perseguire crimini di guerra italiani commessi nei paesi comunisti. Questo perdono generale per i crimini del regime fascista è stato fondamentale per la memoria collettiva europea.

Dopo la guerra gli Alpini hanno sempre dato grande importanza alla continuità della loro tradizione e non hanno mai preso le distanze dal loro passato. La deposizione di fiori e corone ai monumenti di Merano e Brunico dimostra che gli Alpini non si vergognano per niente dei crimini commessi in Libia ed in Etiopia.

In Sudtirolo gli Alpini si comportarono sempre da forze occupatrici. A Bressanone riuscirono nel 1958 a far sospendere il sindaco Valerius Dejaco per sei mesi, perché si era rifiutato di partecipare il 4 novembre alla festa degli Alpini per la „vittoria“ contro la popolazione che il sindaco stesso rappresentava. Oggi tutto questo non si vuole ricordare. Si cerca invece di costruire nuove leggende come quella che il greto del Talvera a Bolzano sarebbe stato sistemato dagli Alpini, leggenda sfatata ampiamente dall’ex-direttore dei bacini montani.

 

Letteratura (piccola scelta)

A riguardo dei crimini di guerra italiani in Libia ed Etiopia:

– Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia, 2 volumi, Roma, Bari, 1986-88

– Nicola Labanca (ed.), Un nodo. Immagini e documenti sulla repressione coloniale in Libia. Bari 2002

– Asfa Wossen Asserate, Aram Mattioli (Hg.), Der erste faschistische Vernichtungskrieg. Die italienische Aggression gegen Äthiopien 1935-1941. Köln 2006

– Aram Mattioli, Experimentierfeld der Gewalt. Der Abessinienkrieg und seine internationale Bedeutung. Zürich 2005

– Gerald Steinacher (Hg.), Zwischen Duce und Negus. Südtirol und der Abessinienkrieg 1935-41. Bozen 2006

A riguardo dei crimini di guerra italiani nell’Unione Sovietica:

– Thomas Schlemmer (Hg.), Die Italiener an der Ostfront 1942/43. Dokumente zu Mussolinis Krieg gegen die Sowjetunion, München 2005.

A riguardo della cultura della memoria italiana:

– David Bidussa, Il mito del bravo italiano, Milano 1994

Jesolo 26-05-2012 intervento del portavoce Marco Giabardo

Buon pomeriggio a tutti i convenuti,

Mi chiamo Marco Giabardo, rappresento e parlo in nome del M.A.V. – Valsesia Indipendente,

A molti questa sigla è sconosciuta, un po’ per il nostro modo restio e diffidente di rapportarci con altre realtà, e un po’ di più grazie al silenzio dei mass media, che annullano tutto ciò che è “politicamente scorretto”.

Nonostante questo l’M.A.V.  compie 32 anni! 32 anni di lotte mirate al territorio, allo sviluppo sostenibile e all’insediamento compatibile! 32 anni per nulla facili, passando attraverso alla prima repubblica, mani pulite, la lega Nord (molti di noi furono abbagliati), il mito europeo e la truffa del bipolarismo.

Prima ho parlato di diffidenza! Questa ha origine da tredici anni di convegni e incontri organizzati come M.A.V.- VALSESIA INDIPENDENTE proprio allo scopo che ci prefiggiamo per queste due giornate ! Obiettivo che è allo stesso tempo di facile intendimento ma di difficile attuazione.

Nei nostri convegni ci siamo scontrati con tutte le peggiori dottrine della politica italiana! Fanatismi, nazionalismi, idealismi obsoleti, capipopolo, sete di potere, ripicche personali, ma soprattutto un modo molto, molto italiano di vedere la libertà altrui! Alcuni punti prima di altri devono essere ben chiari a quest’assemblea!

NON esiste una comunità superiore a un’altra!

NON esiste una comunità più rappresentativa di un’altra!  

NON esistono due tipi di libertà o autodeterminazioni!

O esiste per tutti o niente!

Entrando nel merito di questi punti esposti, riportiamo alla mente un evento di 13 giorni fa, quando una Associazione italiana ha organizzato un squallido raduno in territorio Sud Tirolese, immemore,  (o forse meschinamente memore) di quello che si svolse in quel territorio, proprio  durante la prima guerra mondiale! Il nazionalismo italiano, figlio di padre fascista e di madre socialista e cattolica e con nonni monarchici e massoni, insegna a sventolare falsi vessilli in territori militarmente occupati e simulare patriottismo dove invece dovrebbero provare vergogna.

Sia chiaro a tutti gli indipendentisti!

È con questo tipo di cultura sociale e politica che noi siamo chiamati a batterci!

E per farlo dobbiamo abbandonare i metodi che ci hanno inculcato!

Gli esempi di quello che non si deve fare sono oramai palesi, tentare la dissoluzione di questo paese passando per un’azione politica all’interno del parlamento si è trasformata per coloro che, anche in buonafede, l’hanno praticata, un colossale suicidio politico per gli ideali indipendentisti, un po’ meno per le tasche di chi ha manovrato questi passi. Per questo le nostre azioni, saranno innanzitutto mirate a far riconquistare la dignità di Cittadino Valsesiano alla nostra gente! Attenzione. NOI intendiamo per nostra gente non solo coloro nati in Valsesia MA tutti quelli che decidendo LIBERAMENTE, e non per necessità economica, di vivere e quindi amare il territorio Valsesiano, e perciò s’integrano, portando anche le loro migliori peculiarità, nella socialità e nella tradizione Valsesiana. La storia della nostra comunità (fino all’arrivo delle truppe del regno di Sardegna nel 1848)  non è mai stata studiata nelle nostre scuole , eppure si tratta di un trascorso di 5 secoli che onora la nostra gente, il Trattato di Gozzano del 1275 che sancisce la libertà del popolo Valsesiano, viene sistematicamente negato dalla cultura dominante! Eppure si tratta di un impegno all’altezza del “Patto di Grutli” che nel 1291 (quasi 20 anni dopo) sancisce la nascita della confederazione Elvetica. Punto di riferimento per tutti i popoli liberi!

Viene da se che la lobotomizzazione culturale, messa in opera dai centralisti in questi ultimi due secoli, ha portato all’etnocidio sociale dei nostri popoli, che ora faticano a trovare le loro radici, così come il falso mito dell’unità europea, fondata sugli stati e sul loro potere economico ha fatto sì che questo sia diventato più importante che l’appartenenza stessa ad una comunità .

La battaglia va fatta, prima che sul piano politico, su quello culturale! Proprio partendo da questa realtà, all’interno del nostro movimento è nata una sezione, diretta dal nostro fratello e compagno Francesco Sargentini, dedita solamente allo sviluppo della cultura e tradizione Valsesiana, teorizzata dal ricercatore e Storico Roberto Gremmo, che fu con il compianto Bruno Salvadori, uno dei primi autonomisti Piemontesi, marito di Anna Sartoris prima donna autonomista eletta in un consiglio regionale e più precisamente in Piemonte, anch’essa una delle persone ispiratrici del nostro movimento.

Per quello che riguarda il piano politico, non vi sono molte speranze!

Se v’invitano a giocare a monopoli dovete farlo con le regole del monopoli! La costituzione Italiana è vecchia di 64 anni, redatta da gente che a quell’epoca aveva tra i 50 e i 70 anni, quindi con una mentalità formatasi sicuramente nell’800, in più è stata stimolata da quelli che allora erano i vincitori, nemici giurati di ogni forma di autodeterminazione!

Come possiamo anche solo lontanamente pensare di poter cambiare l’assetto costituzionale passando da una siffatta  costituzione ?

Quando, guardando al passato, al 1943, anche la Carta di Chivasso, di Emile Chanoux e dei partigiani Valdostani, non fu mai presa in considerazione?

La lotta politica è possibile ma non alle loro regole e condizioni!

In questa situazione politica gli unici statuti che possono essere redatti senza ingerenze esterne da dei veri rappresentanti del territorio, sono quelli comunali!

Punto iniziale, con l’auspicabile abolizione di Provincie e Regioni, la rappresentanza Comunale! Ognuno per il territorio di propria competenza e coordinando tra i movimenti azioni e proposte in modo da farne un fine unico!  Per chi, detrattore dei nostri ideali, ci indica come dei visionari o pazzi che vogliono solo innalzare nuovi muri e confini, ricordo che la libera circolazione che era normale prima dell’avvento degli stati moderni, con questi fu ridotta e controllata (il controllo è la base del potere centralista e dittatoriale, il governo Monti ne dà un ottimo esempio)

Mentre la nostra idea di autodeterminazione (ovvero poter decidere e disporre del nostro territorio e delle nostre risorse senza intrusioni da alcunché) non  mette confini pratici ed economici ma al massimo solo delle benefiche linee culturali e linguistiche , quest’ultima  meno problematica grazie all’unica cosa utile che la truffa italiana ci ha donato, una seconda lingua franca, pari per tutte le nostre nazioni!

Le nostre proposte per questo convegno con la speranza che siano accolte dagli altri movimenti sono:

 

1° La creazione di un organo Coordinatore, che abbia l’unico fine di raccogliere proposte vagliarle e diramarle ai movimenti associati.

 

2° Che i movimenti pur liberi e indipendenti nelle loro azioni firmino un patto di alleanza e di reciproca collaborazione e dignità contro l’oppressione centralista di ogni provenienza.

 

3° che uno dei punti chiave degli statuti dei movimenti sia la Sovranità popolare facendo sì che i rappresentanti eletti siano dipendenti dei cittadini non onorevoli al di sopra di ogni regola di vita.

 

4° che la cultura e le tradizioni siano soddisfatte al pari dell’economia e della politica e che queste ultime siano sempre usate con un occhio di riguardo al territorio, che non è un dono dei nostri padri ma è un prestito che dobbiamo restituire intonso ai nostri figli !

 

Émile Chanoux, nel 1944 coniò questa frase;

Ci sono dei popoli che sono come delle fiaccole.

Sono fatti per illuminare il mondo;

in generale non sono grandi popoli, per numero.

Ma perché portano in essi la verità e il futuro.

Questo dovrebbe essere inciso nei nostri cuori!

Viva l’indipendentismo, Viva la libertà,

VALSESIA LIBERA E INDIPENDENTE!

IL BREVIARIO DI ASSAGO PREOCCUPO’ UMBERTO BOSSI

di GIANFRANCO MIGLIO*

Il mio distacco dal segretario si avviò, nel 1993, all’epoca in cui dovemmo tutti constatare la sua incapacità a dominare la vicenda del contributo finanziario riscosso dai Ferruzzi. Ancora una volta egli si impigliò in un groviglio di menzogne rocambolesche che non attenuarono, anzi accrebbero, lo sconcerto dei seguaci. Ma soprattutto si vide la sua inettitudine a padroneggiare serenamente, davanti ai magistrati, una situazione che non era poi gravissima. In un’intervista lo paragonai a un pugile «groggy», incapace, dopo un duro incontro, di ritrovare brio e scioltezza di movimento. Egli mi replicò che, proprio come un «boxeur», si ritirava dal «corpo a corpo» per poi attaccare a fondo. Ma questo «a fondo» non lo vide mai nessuno.

Si avvicinava intanto la data del «precongresso» di Assago.

Qualche giorno prima mi chiese di andarlo a trovare a casa sua. Lo trovai molto abbattuto, perché immaginava che gli avrebbero contestato il caso Patelli: un fedelissimo che lo aveva «coperto» nella faccenda Ferruzzi. Gli proposi di spostare e innalzare il tema del Congresso, ponendo al centro del lavori un primo abbozzo della nuova Costituzione federale (che avevo preparato e portato con me): «Questa è la volta buona per uscire allo scoperto – gli dissi – e dimostrare che facciamo sul serio quando seguitiamo a parlare di “federalismo”».

«Miglio – mi replicò quasi urlando – io voglio la secessione! Voglio la secessione!». Gli replicai: «La faremo se e quando sarà necessario». Mi rendevo conto infatti che il suo sfogo nasceva dal desiderio di sottrarsi alle unghie dei magistrati. Leggemmo insieme quello che poi divenne il «breviario di Assago»: dieci articoli molto concisi in cui avevo condensato l’essenza di una moderna Costituzione federale, elaborata in trent’anni di studio. Non ne modificò una virgola. Il 12 dicembre quel testo venne discusso e approvato – con insignificanti varianti richieste da Franco Racchetta – da quasi tremila delegati, e un uragano di applausi. Io ero rimasto in un angolo per non togliere al segretario le luci della ribalta. Parlai soltanto molto brevemente perché me lo chiese lui.

Il «breviario di Assago» fu accolto dal mondo politico in modo vergognoso: nessuno lo lesse, tutti (con in testa i nazionalisti) ripudiarono l’idea stessa di un ordinamento federale, senza discuterla. Soltanto alcuni costituzionalisti (Zagrebelsky, Bognetti) capirono che era una cosa molto seria.

Del resto, due giorni dopo sul quotidiano Il Sole-24 Ore, uscì un articolo, firmato da Bossi (ma scritto da Luigi Rossi), in cui si affermava che la Costituzione di Assago era soltanto «una provocazione». In quel momento preciso decisi di abbandonare al suo destino la Lega e soprattutto il suo segretario. Mi domandavo infatti come mai un movimento politico potesse chiedere una precisa manifestazione di volontà a tremila congressisti, e poi deridere quel voto come se non tosse stato una cosa seria.

Egli probabilmente capì di avere passato il segno. Poiché eravamo entrambi a Roma, mi chiese di andare da lui perché «era ammalato». Ci andai e lo trovai che stava benissimo: era circondato dalle ragazze della sua segreteria e stava rendendo un’intervista. Mi domandò se avessi letto l’articolo «di quel cretino di Rossi». Gli risposi di sì, guardandolo dritto negli occhi, e non aggiunsi parola: egli probabilmente capì che ormai a me della Lega (e di lui) non importava più nulla. Dovevo soltanto scegliere il giorno giusto per il distacco.

Qualche settimana più tardi – proprio intorno alla data del mio settantaseiesimo compleanno – mentre già i partiti scaldavano i motori per la vicina prova elettorale, diffusi alcune interviste in cui prospettavo la mia intenzione di non ricandidarmi: e giustificavo la scelta con una profonda sfiducia nella volontà, da parte dei miei connazionali, di cambiare realmente le istituzioni della Prima Repubblica. In altre parole nascondevo la mia diffidenza verso la Lega, «annegandola» in una più generale disistima per la vocazione riformistica del Paese. Volevo insomma andarmene in punta di piedi.

Invece quella presa di posizione suscitò un’eco sproporzionata: soprattutto preoccupò Bossi e i giovani leghisti. Il primo – mentre i suoi «colonnelli» sembravano felici di liberarsi di me – cominciò a telefonarmi a tutte le ore, per convincermi a ricandidarmi: sosteneva (portando la testimonianza di Augusto Barbera) che la prossima legislatura (ma io non ci credevo affatto) sarebbe stata «costituente» e quindi «fatta per te». Ma erano soprattutto i giovani del movimento ad assediarmi con messaggi e delegazioni che arrivavano a getto continuo a casa mia: dicevano (talvolta con le lacrime agli occhi) che se avessi abbandonato il Parlamento e mi fossi ritirato a vita privata, avrei tradito la causa del federalismo. Ovviamente io non potevo rivelare loro fino a che punto non credevo più alla fedeltà di Bossi al nostro programma: avrei spaccato la Lega alla vigilia delle elezioni politiche.

Mi piegai perciò, e soltanto per non deludere i giovani (e i meno giovani) militanti del movimento. Bossi invece si illuse di essere stato lui a farmi ritornare sui miei passi: e si convinse (errore madornale) di avermi in pugno, come uno qualsiasi dei suoi «colonnelli».

Il 4-5 febbraio si celebrò a Bologna il Congresso della Lega. Feci un discorso molto forte: anche se i miei ascoltatori non lo sapevano, fu un vero discorso di addio. Infatti conclusi affermando che, anche se il movimento avesse abbandonato il progetto di una Costituzione federale, questa si sarebbe imposta egualmente, accettata e sostenuta da altre forze politiche e dalla necessità delle cose. Mi rispose un’ovazione interminabile: i giornalisti (che, per fare il loro mestiere, devono talvolta essere cattivi), cronometro alla mano, constatarono che gli applausi erano durati quattro volte quelli tributati a Bossi. Un vecchio nemico del Segretario, il Castellazzi, quando gli riferirono l’episodio, disse: «È fatta. Adesso Bossi rompe con Miglio».

Ed effettivamente il capopopolo di Cassano Magnago incassò malissimo l’episodio; poco dopo, a tavola, si fece venire una specie di attacco isterico: non poteva tener ferme le gambe e insultava i camerieri. Da quel giorno, in tutti i suoi comportamenti, io lessi, senza difficoltà, la determinazione di regolare i conti «con il professore». Per esempio: tutte le volte che gli segnalavo una persona qualificata, perché fosse inserita nel movimento, la scartava, nel timore di avallare un mio sostenitore. L’ultimo episodio riguardò il professor Gianfranco Morra (noto scrittore politico federalista) che avevo proposto per un mandato senatoriale: Bossi arrivò a dirmi che aveva collaborato con i servizi segreti, e che stava per essere sottoposto a un grave processo. Tutte menzogne, naturalmente, e gratuite.

La gelosia è un sentimento primordiale, e quindi profondamente stupido: ma in politica è un vizio addirittura autodistruttivo. Se c’era una persona che non minacciava il suo potere e di cui poteva fidarsi interamente, questa ero io: perché non ho mai amato le posizioni di comando; posizioni che, del resto, non ho mai chiesto alla Lega, né che la Lega mi ha mai dato: infatti mi hanno candidato soltanto a cariche per le quali non avevamo i voti necessari, come la presidenza della commissione Bicamerale. Stando accanto alla Lega io ho avuto unicamente riconoscimenti che mi sono guadagnato personalmente, e cioè le due elezioni in Parlamento.

Certo, per placare la sua gelosia, non potevo fare a Bossi il favore di diventare improvvisamente cretino, e di non scrivere o dire più nulla di intelligente.

*Tratto da “Io, Bossi e la Lega”

ACCORPARE LE PROVINCE? UNA CAGATA PAZZESCA. ELIMINARLE

di FABRIZIO DAL COL

L’Unione Europea  da un po’ di tempo ha smesso gli elogi nei confronti del premier italiano Monti,  e guarda con estrema attenzione alla ”spending  review’. Spinge il professore  a tagliare la spesa pubblica attraverso  lo strumento di razionalizzazione, e ora arriva anche la Bce a suggerire di accorpare le province ritendendo che le stesse possa essere l’unica vera  misura di taglio ai costi della politica. Se l’organismo Europeo, ovvero quella accozzaglia di burocrati e boiardi che sistematicamente imbeccano il da farsi ai Leader politici Europei,  è riuscito con grande acume a proporre una idiozia del genere, allora si può anche comprendere meglio perché sono solo dei burocrati senza testa politica. Personalmente li ritengo dei “produttori di danni”, in quanto con queste richieste hanno da una parte dimostrato una scarsa conoscenza delle istituzioni italiane, e dall’altra una grande abilità nel rifilarci ricette che sembrano invece essere un polpettone avvelenato. Se solo avessero studiato attentamente la conformazione politica degli organi istituzionali Italiani, non avrebbero confezionato una richiesta di riforma che oltre a non tagliare niente sui costi della politica, aumenta i costi della burocrazia e di conseguenza i conflitti di gestione e le competenze territoriali.  Le province, anche se accorpate, manterrebbero in toto tutte le normative, i vincoli e gli obblighi che, come sappiamo, vanno condivise prima con il governo regionale e poi con le amministrazioni comunali. Di fatto, nel tempo sono divenute una sorta di un baraccone costoso, la cui burocrazia da esse prodotta, oltre ad allungare i termini dei procedimenti e delle pratiche, ci fa ricadere i costi aggiuntivi per il loro mantenimento. Che dire poi dell’ inevitabile conflitto politico che ne scaturirebbe per sistemare i “trombati” nelle novelle province? La soluzione ottimale dovrebbe essere l’eliminazione totale di questi enti, ma l’assist europeo al governo italiano di procedere con il loro accorpamento diventa invece un toccasana per le forze politiche.

Dalle mie parti si direbbe “Pexo el tacon del sbrego” che significa la toppa è peggio del taglio. Probabilmente, si saranno ispirati alla grande riforma dei Tedeschi  che, per risparmiare sui costi della politica e aumentare l’efficienza dei servizi al cittadino, ha messo in pratica  l’accorpamento dei Comuni, e fatto nascere agglomerati urbani da 40.000 abitanti. Allora “ I saputelli europei “  che fanno? pensano in grande, stabiliscono a priori che ciò che va bene da una parte debba per forza andar bene dall’altra, dimenticando però che l’Italia non è un paese federale. Stante la richiesta di accorpamento  delle province partita dalla Ue, c’è da sperare che il professor Monti  la finisca di accettare i diktat europei, soprattutto quando gli stessi  si potrebbero  definire una “cagata  pazzesca”, e proceda invece speditamente con il taglio di tutti gli organismi provinciali. E’ frustrante e inaccettabile che in Italia non sia mai possibile tagliare dove si potrebbe, e si riesca invece sistematicamente a tagliare dove non si dovrebbe.

Intanto, dal momento che la modica cifra di qualche centinaio di milione di euro sta diventando per le casse statali sempre più necessaria, il  Professor Monti dovrebbe intervenire immediatamente sulla  cosiddetta legge “ mancia”, che per intendersi è quella legge partorita su misura, per tenere ingrassati i partiti. E’ mai possibile che nemmeno questa legge schifezza, possa essere definitivamente revocata? o il professore ha già dimenticato le parole pronunciate alla conferenza per il suo insediamento? Equità diceva ieri il premier, e visto che  il concetto della “modica cifra” è sempre più necessario per le casse statali, va letteralmente a farsi friggere  la parola equità, e stante i fatti, sarebbe  meglio venisse chiamata con il suo vero  nome: ambiguità.

http://www.lindipendenza.com/accorpare-le-province-una-cagata-pazzesca-eliminarle/

LEGA COMUNISTA: DOPPIA VERITÀ E IL CAPO HA SEMPRE RAGIONE

Fenomenologia della Lega: nascita, ascesa ed eutanasia di un partito (Parte prima)

di MARCO BASSANI

Confesso di parlare controvoglia di partiti politici: non è il mio campo e mi sembrano, con ben poche eccezioni, discorsi da bar. Tuttavia, nei bar oggi si parla solo di calcio, crisi e palinsesti televisivi e poi nel caso specifico della Lega si può ben fare un’eccezione: in fondo si tratta di un’autopsia da eseguire a seguito di un’eutanasia. E l’autopsia di un partito rientra (seppur latamente) fra i compiti di uno storico.

La Lega appartiene al giurassico della politica: è il più antico partito presente in Parlamento, sorto quando le Germanie erano due, la guerra era fredda e Andreotti era (quasi) diritto. Ora, chiunque voglia comprendere il fenomeno “Lega” non può partire dagli ultimi tre lustri – periodo nel quale il partito ha fatto parte del sistema e più spesso del “regime” – ma deve necessariamente studiarne la genesi, ossia gli anni della lotta (1987-1994). Questo vale per la comprensione di ogni partito autenticamente o burlescamente “rivoluzionario”. Gli storici del Partito nazionalsocialista concentrano la loro attenzione sui quasi quindici anni precedenti alla presa del potere, ossia nelle lotte politiche di Weimar. Dalla presa del potere in poi (1933), il NSDAP conta pochissimo e la storia propone ben altri e più potenti attori: lo Stato tedesco e il suo esercito. Il partito bolscevico, parimenti, si è strutturato interamente nel periodo zarista e quindi in clandestinità: Lenin, Stalin, Trotskij e tutti gli altri grandi dirigenti si sono formati in esilio o al confino. Il cristianesimo delle origini si studia nelle catacombe prima che nelle strutture di potere del declinante impero romano.

Ma, senza scomodare illustri (o infami) predecessori, la lotta contro la partitocrazia, il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), e in generale il clima politico degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta sono stati decisivi nella formazione dei dirigenti della Lega. E forse il plurale è di troppo giacché la Lega è la mente di Umberto Bossi e i gerarchi sono sempre stati i suoi coadiutori del momento, autentici precari della politica (con un altissimo tasso di declino e scomparsa: Castellazzi, Rocchetta, Marin, Tabladini, Gnutti, Pagliarini e tanti altri. Ohibò, nessun epurato il cui cognome finisca in “oni” … eppure ce n’era un bel terzetto fin dalla prima ora).

Quando Bossi smise di fare il fuoricorso di professione e di indossare il camice bianco fingendosi medico – su cosa abbia fatto il sedicente rappresentante delle aree più produttive d’Europa per i primi 38 anni della sua vita regna il più fitto mistero – folgorato sulla via dell’autonomismo dal compianto Bruno Salvadori, esistevano tre partiti nelle aree di lingua italiana fuori dal Ticino: il Partito comunista, la Democrazia cristiana e il Partito socialista. Il resto era elettoralmente poco più che un prefisso telefonico e pulviscolo ideologico. La mente dell’Umberto, il motore primo della Lega, studiò attentamente ognuna di queste macchine organizzative e strumenti di lotta per il potere e da ciascuna di loro prese qualcosa. Tanto che il partito che ne venne fuori era la perfetta fusione di alcuni degli elementi costitutivi di DC, PSI e PCI. In estrema sintesi, dai comunisti Bossi copiò il “centralismo democratico” con tutti i suoi corollari, dai socialisti, tattica e strategia politica, dai democristiani prese la voglia di compromesso e il costante gioco al ribasso, un doroteismo di fondo che accompagnerà la Lega sia nella lotta che nel governo.

In questo articolo (primo di una serie che si allungherà sulla base delle richieste dei lettori: vero esempio di paragiornalismo interattivo) incentreremo l’analisi sulla storia d’amore fra Lega e Pci.

Si narra che Bossi conoscesse tale partito non per sentito dire, avendo militato nelle sue fila nei primi anni Settanta. In ogni caso, non c’è dubbio che del grande Partito comunista egli ammirasse la coesione, il radicamento territoriale (e non mi riferisco all’Appennino tosco-emiliano) e la netta distinzione fra dirigenti e militanti. In realtà, ciò che la Lega prese dal Pci fu una versione peculiare del “centralismo democratico”. Questo principio, che si può sintetizzare col motto “massima discussione all’interno e massima compattezza verso l’esterno”, era la forza dei comunisti in tutto il mondo. In primo luogo, perché la discussione interna durava pochissimo e poi perché la compattezza esterna era granitica: dall’ultimo militante al segretario la linea era unica. Il partito, per i comunisti, non solo doveva diventare l’intellettuale collettivo, ma era il vero sostituto della “classe”. Nella ricerca della “linea”, il Pci era agevolato da un fatto: la sua prima ragion d’essere – come sosteneva un mio antico maestro, Giuseppe Are – era la politica estera dell’Unione sovietica.

La Lega non aveva né stelle polari, né un corpus politico-dottrinario paragonabile al marxismo-leninismo e dovette dunque declinare in maniera piuttosto semplicistica il “centralismo democratico”. Divenne semplicemente un “centralismo umbertino”: Bossi aveva sempre ragione perché rappresentava i risentimenti di un Paese identificato con un punto cardinale (la Nord-nazione …), ma soprattutto perché il movimento cresceva e i voti aumentavano. Il suo leggendario “fiuto politico” allora faceva crescere il movimento e poi sarebbe stato la chiave per resistere al potere oltre ogni ragionevole attesa. Dal 1987 al 1992 la Lega era quasi inesistente nel palazzo, ma cresceva tumultuosamente nelle regioni del Nord (tanto che Sama, per non sapere né leggere, né scrivere, allungò un bel 200 milioni di lire anche al partito di Bossi per mezzo del “pirla” Patelli).

Ma dal Partito comunista Bossi prese qualche cosa di ben più importante della regola che “il capo ha sempre ragione”, ossia l’idea dell’esistenza della doppia verità, una fatta per i semplici militanti e l’altra ristretta a una cerchia di accoliti del capo. Un aneddoto storico illustrerà meglio il punto. Un partigiano, segretario comunista di una provincia del Nord, si recò negli anni Cinquanta a visitare l’Unione sovietica. Al suo ritorno convocò tutti i militanti locali e disse apertamente che se fosse accaduto qualcosa del genere da noi avrebbe ripreso il mitra e sarebbe tornato in montagna. La cosa giunse all’orecchio di Togliatti, il quale lo convocò a Roma e gli parlò con grande franchezza. “Vuoi che non sappia cos’è l’URSS? Ma a dire certe cose si fa il gioco dell’imperialismo americano e si nuoce agli interessi del proletariato”. Da quando fu reso edotto della principale doppia verità sulla quale si fondava il partito, l’ex partigiano diventò il migliore e il più fedele fra i dirigenti comunisti, perché faceva parte della cerchia degli affiliati di primissimo grado. Alcuni sostengono, ma lo aggiungo solo per dovere di cronaca, che i comunisti avessero mutuato l’idea di una verità adatta alle masse e di una che si attaglia ai chierici, da un’importante e plurimillenaria istituzione non irrilevante nelle aree italiche.

La serie delle doppie verità leghiste iniziava con l’End-Ziel, lo scopo finale, per poi ripercuotersi su tutta la linea. Il federalismo era sì il sogno dei militanti, l’auspicio degli elettori, e forse era anche guardato con simpatia dai parlamentari, ma si tramutava in oggetto di privata ironia da parte della piccolissima cerchia dei dirigenti che contano (un po’ come l’ideale della società senza classi fra i comunisti). Se così con fosse stato, sarebbe risultata impossibile l’indicizzazione sgangherata dell’End-Ziel negli ultimi 20 anni: macroregioni, indipendenza, devoluzione, regionalismo (blando e spinto). Bossi agiva sulla base di un motto del marxista revisionista Bernstein (1899): “Il movimento è tutto, il fine è nulla”. Il partito, inoltre, si stanziava stabilmente a Roma e in quella città, non sempre amata dai suoi elettori, riponeva tutti i propri sogni e le proprie fortune, presentandosi sì come “cane da guardia dei soldi del Nord”, ma in realtà pronto a diventare il partito di Roma radicato nel Nord (proprio come il Pci, secondo le accuse degli estremisti di sinistra, era diventato da partito della classe operaia nello Stato borghese, a partito dello Stato nella classe operaia). Il fatto è che quelli che Miglio chiamava i “salotti porcaccioni romani” attiravano enormemente i provinciali cisalpini e solo i meno avveduti immaginavano di andare a Roma a fare la rivoluzione. Gli altri sapevano ciò che la città eterna eternamente offre ed erano pronti a coglierlo: potere, sesso e danaro, non necessariamente in quest’ordine.

A Bossi piaceva molto anche l’idea della militanza comunista. Infatti, egli subito copiò una regola aurea del Pci: i parlamentari devolvevano al partito tutti i soldi per i collaboratori. Le sezioni della Lega, come quelle comuniste, si caratterizzavano per una presenza capillare sul territorio e per l’utilizzazione della passione (ossia soldi e tempo) dei militanti. Su di una cosa il capo si discostò, invece, dall’esempio del Partito comunista. Quest’ultimo, infatti, da Gramsci in poi, aveva sviluppato un’autentica venerazione per gli intellettuali, nella convinzione che alla fine le masse pensano esattamente come le élite. Se conquistare i centri nevralgici dell’industria culturale era stato l’imperativo categorico del “comunismo occidentale”, Bossi si dimostrò in questo campo allievo di un comunista asiatico: Pol Pot. Per qualche anno fu tollerata nella Lega la presenza di una delle più lucide menti della cultura di lingua italiana, Gianfranco Miglio, ma il sospetto nei confronti di coloro che apparivano alfabetizzati non abbandonò mai il movimento bossiano. Al punto che per i leghisti valeva ciò che era stato già detto dei poliziotti sovietici, ossia che girassero sempre in tre: uno che sapeva leggere, uno che sapeva scrivere e uno che controllava quei due sporchi intellettuali. In breve, il leghista di professione non doveva fare ombra al capo.

La Lega, ossia Bossi, non ha mai compreso che la lotta politica è battaglia di idee e che se le idee non le fabbrichi in casa, sei costretto a usare quelle degli altri. Ma, persa ogni possibilità di discernere (si tratta di un’operazione intellettuale), diventa poi impossibile distinguere il grano dal loglio. E, infatti, incapace prima di elaborare l’eredità di Miglio e in anni più recenti di leggere e semplicemente recitare, un “manifesto politico” regalato da Ricolfi quale “Il sacco del Nord”, la Lega si è trasformata dal “peggior strumento per la migliore battaglia” ad una macchina di potere al servizio del nulla (o di “the family”). Mentre eseguiamo l’autopsia, queste semplici considerazioni ci preservano da qualunque forma di rimpianto. Il cadavere della Lega pone fine a un equivoco durato un quarto di secolo: la pressione fiscale, il processo di distruzione delle regioni produttive, l’imbarbarimento romano della vita politica non sono accadute nonostante la Lega, ma proprio grazie ad essa. La Lega ha rappresentato la garanzia che il “sacco del Nord” sarebbe proseguito senza troppe chiassate.

Il prossimo articolo (solo a grande richiesta…) analizzerà che cosa Bossi ha “preso e appreso” dai socialisti, anzi, da Bettino Craxi, apparentemente il nemico degli anni d’oro, in realtà il suo vero nume tutelare.

http://www.lindipendenza.com/lega-bossi-pci/

RIFORMARE IL PAESE? LO STATO SI FACCIA DA PARTE

di PAOLO AMIGHETTI

Le magagne più vistose del sistema-Italia sono arcinote: da decenni la società è costretta a fare i conti con una burocrazia obesa e pervasiva, un fisco esoso e sempre più famelico, una redistribuzione del reddito che penalizza le regioni virtuose premiando quelle viziose. Di riforme si è molto parlato in questi anni, ma nel Bel Paese tramutare le parole in fatti è impresa ardua: l’intero sistema poggia su fondamenta di corruttela, prebende e privilegi che nessun partito ha interesse a minare.

Anche l’idea federalista, forse il piano più organico e lungimirante di ristrutturazione dell’edificio statale, è stata sciupata dalla strategia politica della Lega Nord, ed è ormai uno slogan propagandistico, una parola magica da dare in pasto all’elettorato moderato. Dietro al progetto di una federazione italiana stava, in origine, Gianfranco Miglio. Il politologo comasco, con il valido aiuto del Gruppo di Milano, elaborò un articolato sistema federale che avrebbe dovuto sostituire quello centralizzato, in pieno declino; ma quando nel 1994 la Lega Nord entrò al governo a fianco di Forza Italia e Alleanza Nazionale, fu Francesco Speroni ad essere nominato Ministro per le Riforme. Senza la direzione del professor Miglio, il progetto federalista era destinato ad una fine miseranda, e difatti non se ne fece nulla.

A poco servì la fondazione del Partito Federalista capeggiato dallo stesso Miglio; la piccola formazione fu relegata nell’angolino da una Lega in costante ascesa.

Il vento di cambiamento che spirava all’inizio degli anni ’90 ora si è affievolito, e dopo la sbornia secessionista il partito di Bossi ha ingaggiato svariate, insensate battaglie in nome di un’imprecisata autonomia: dalla devolution al Lombardo-Veneto, dal federalismo demaniale a quello fiscale. Nient’altro che fumo negli occhi degli elettori, la cui reale colpa è di aver seguito dovunque il don Chisciotte di Cassano Magnago senza domandarsi esattamente dove egli intendesse condurli.

L’astuto senatùr sa benissimo che un vero conflitto tra centro e periferia per la conquista di un ordinamento federale sarebbe disastroso e dispendioso; ma soprattutto si rende conto che, se lo Stato centrale venisse sostituito da una snella struttura federale, i primi a rimetterci sarebbero i partiti che vivono grazie ai soldi dei contribuenti, Lega in primis.

L’intero apparato che regola e gestisce la mano pubblica vive di centralismo e parassitismo; ampi strati della popolazione, mantenuti da un intricata ragnatela di trasferimenti e redistribuzione, non tollererebbero la chiusura dei rubinetti.

E con maggior forza si opporrebbero alla riforma i gruppi di potere foraggiati dal denaro pubblico: in caso entrasse in vigore un rigido sistema federale si ritroverebbero presto nei guai.

Un sistema coerentemente federale farebbe comodo ai ceti produttivi, ma nessuna voce si alza in loro favore: ciò che giova alla società civile danneggia fatalmente l’apparato. Per queste ragioni il federalismo, ormai, non è altro che un’esca alla quale molti ancora abboccano.

Il problema, però, non si esaurisce qui. In Italia il federalismo probabilmente non attecchirà mai, e non solo per la strenua resistenza dei ceti privilegiati: alcuni indizi lasciano intuire che un sistema simile sia del tutto inadeguato ad un Paese come il nostro.

1. In un sistema coerentemente federale ogni Stato o Cantone è tenuto ad autogovernarsi. Non può dunque dipendere da un altro Stato o Cantone federato. Scrive Alessandro Storti: «Autogoverno significa prelievo delle risorse e loro utilizzo in loco, con versamento di una quota ridotta alla federazione. […] Se una comunità politica non dispone della forza e delle risorse per difendersi (non necessariamente perchè povera, ma poichè il patto federativo glielo impedisce) allora è inutile anche soltanto continuare a chiedersi se essa faccia parte di una unione autenticamente federale».[1]

In Italia solo poche regioni, come Lombardia e Veneto, hanno le carte in regola per beneficiare di un rigoroso autogoverno: nel resto del paese, laddove non mancano le risorse, manca una cultura politica che favorisca l’impresa e anteponga, al sussidio dello Stato centrale, la produttività e il dinamismo che contraddistinguono le realtà più virtuose. Il Mezzogiorno non potrebbe in alcun modo inserirsi in un sistema federale: non riuscirebbe ad autogovernarsi, per mancanza di risorse e secolare assuefazione all’assistenzialismo.

Non dimentichiamo che il foedus, il patto che sta alla base dell’unione consensuale garantita dalla federazione, necessita del consenso di tutte le parti interessate: e l’intera società meridionale, da sempre aggrappata allo Stato, non accetterebbe probabilmente le restrizioni al potere centrale che una costituzione federale imporrebbe.

2. Un sistema federale può costituirsi più agevolmente in un contesto culturale che ne favorisca lo sviluppo. La federazione ha radici più solide, se a darle vita è l’istinto delle comunità all’aggregazione pattizia e alla collaborazione. La cultura dell’autogoverno è stata spazzata via durante i secoli della prepotente affermazione degli Stati moderni, e sopravvive ora nell’angolo più “medievale” del continente: la Confederazione Svizzera. Il foedus nasce dal basso, dalla comune volontà delle parti di stringere un rapporto paritario mutuamente vantaggioso: anche da qui deriva uno dei tratti fondamentali del federalismo, e cioè il frazionamento e l’equilibrio dei poteri. Tra federazione e singoli Stati o Cantoni non possono esistere sproporzioni evidenti: nessuna autorità può imporsi sulle altre e cancellarne l’influenza. Il processo di accentramento del potere in un polo unico ha causato il deterioramento di molte federazioni come gli Stati Uniti e la Germania.

In Italia la cultura federale è praticamente quasi inesistente, e ne mancano anche solo i presupposti. Nel ricco nord, nonostante le affinità tra svizzeri e lombardi, una coscienza del genere latita; al sud, secoli di centralismo amministrativo -da Federico II di Svevia a Ferdinando II di Borbone- l’hanno estirpata come un’erbaccia.

Un patto del Grütli[2] in salsa peninsulare tra lombardi, veneti, siciliani, toscani e romani pare dunque altamente improbabile. E una federazione imposta per decreto sarebbe come una costituzione ottriata, cioè concessa dall’alto, priva di una compartecipazione della comunità interessata e di reale significato politico: un edificio privo di salde fondamenta, destinato ad un crollo fragoroso. Un redivivo D’Azeglio direbbe in questo caso: “Fatta la federazione, dobbiamo fare i federalisti”. Ma la logica del federalismo si regge proprio sui presupposti contrari.

Insomma, di fronte ad ostacoli di questa entità, una comunità autenticamente federale dall’Alpi a Sicilia sembra un progetto del tutto irrealistico.

Come imboccare, dunque, la strada del cambiamento? Come accelerare la fine di questa Italia irriformabile e incorreggibile, se la via federale appare impraticabile?

Non è necessario che lo Stato cerchi di stilare una costituzione improntata al decentramento. Basta che si faccia da parte, e lasci che a decidere del proprio destino, pacificamente e consensualmente, siano finalmente le comunità che finora il potere politico ha sfruttato e mortificato. Solo il diritto alla piena autodeterminazione può dissolvere i legacci che soffocano i cittadini, inchiodandoli al dogma dell’unità nazionale.

Note

1. Articolo pubblicato su Enclave, dicembre 2000.

2. Accordo siglato nel 1291 presso l’omonimo prato, che sancì l’unione dei primi tre cantoni elvetici di Uri, Schwyz e Unterwalden.

http://www.lindipendenza.com/riformare-il-paese-lo-stato-si-faccia-da-parte/