L’ultima resistenza – Le rivolte partigiane dopo la nascita della repubblica (1946-1947)

L’ultima resistenza – Le rivolte partigiane dopo la nascita della repubblica (1946-1947)

E’ stata pubblicata la seconda edizione ampliata del volume “l’ultima resistenza” uscita nel febbraio 1995 edizioni Elf. Questa nuova documentazione inedita rileva la sfida lanciata da una parte di partigiani all’imbelle e perdente strategia interclassista portata avanti da Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, un plateale tradimento degli ideali della resistenza e dei suoi caduti. Nel 1946 moltissimi partigiani, delusi e arrabbiati, tornarono armi alla mano sulle montagne che li videro scendere nel giorno della liberazione, fu una rivolta spontanea e di ampia risonanza, tanto che  l ‘On. A. De Gasperi  paragonò questa rivolta alla marcia su Roma del 1922, senza provare vergogna per questo volgare paragone a cui esponeva gli stessi che quella tirannia l’aveva combattuta versando il proprio sangue. Le prime rivolte si svolsero nell’astigiano e nel cuneese, a Santa Libera (comune di Santo Stefano Belbo) subito seguite da altri partigiani in prov. di Torino, in Liguria e nella Toscana anarchica e ribelle, nel Veneto, in Emilia e nelle montagne della Lombardia. Questa rivolta era destinata alla sconfitta, perché P.C.I. e A.N.P.I., compromessi con il sistema capitalista e nella co-gestione con i partiti moderati e filoamericani, fecero di tutto per convincere i partigiani a rientrare nella “legalità” e tornare a casa, senza dimenticare il ruolo ambiguo avuto da Pietro Secchia, Cino Moscatelli, Francesco Moranino, che con il loro prestigio  fecero di tutto per soffocare questa giusta e legittima rivolta, la seconda ondata rivoluzionaria fu soffocata con un altro vergognoso tradimento da parte della delle dirigenze politiche di questo paese. Su questa nobile rivolta calò il silenzio, al contrario quest’opera cerca di dargli il giusto ruolo fuori dalla retorica Patriotarda del 25 Aprile. Io sono fedele alla resistenza rivoluzionaria, non quella del cambio di colore dal nero al rosso. L’inquieto, irriducibile e irregolare libertario Carlo Andreoni, organizzò un nuovo “movimento di resistenza partigiana”, creando campi partigiani nelle vallate biellesi e limitrofe, Il governo allarmato decise di adoperare la forza contro le giuste richieste dei partigiani, la “Polizia democratica” (che non era altro che la stessa polizia del periodo precedente ma con nome nuovo) mise in galera gli ultimi partigiani, che con illusione attendevano il momento buono e il ritorno dei capi che invece tradirono. “L’ultima resistenza” è stata insabbiata dalla storia ufficiale, tutto ciò può lasciare perplessi,  ma davanti a questa pagina coraggiosa ci dobbiamo levare il cappello, senza paura di affrontare anche le pagine meno nobili della guerra di liberazione, di cui l’autore di questo volume, lo storico Biellese R.Gremmo, divulga da anni, senza sconti per nessuno, il suo lavoro dovrebbe essere riconosciuto e studiato, ma fa troppo paura alla casta degli storici di regime che albergano nelle sacrestie di destra e di sinistra ( il denaro non ha colore ). E’ ora di fare piazza pulita di questo modo di insegnare la storia contemporanea, imparando dalla grande lezione dello storico R. De Felice, livello che  l’autore di questo volume a raggiunto pienamente.

Voglio dedicare questo scritto alla memoria di Mario Acquaviva e Fausto Atti, militanti del Partito Comunista internazionalista assassinati da sicari del PCI per le loro idee.

Francesco Sargentini

“Il triangolo delle bombe – gli attentati all’arcivescovado di Milano dal 1919 a piazza Fontana”

Il triangolo delle bombe

È uscito da qualche mese il nuovo volume di Roberto Gremmo dal titolo: “Il triangolo delle bombe – gli attentati all’arcivescovado di Milano dal 1919 a piazza Fontana”. Un’opera importante che scava con coraggio e onesta intellettuale una delle pagine più tragiche della storia recente del nostro paese, partendo dal 1919 alla strage di piazza fontana del 12 dicembre 1969, la cosiddetta strategia della tensione, dopo tanti anni esecutori e mandanti non hanno pagato, lasciandosi dietro una scia di  morte. Un lavoro rigoroso e documentato che spero venga letto e discusso senza paraocchi ideologici, non possiamo avere un paese migliore e democratico se non conosciamo la verità, l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969 provoco la cosiddetta strage di stato che come dice bene il titolo di questo libro chiudeva il triangolo delle bombe, tutto serviva perché nulla cambiasse di gattopardesca memoria, questo vale per tanti sessantottini pentiti che sono diventati i cani da guardia del potere che allora volevano abbattere, come mi ha insegnato l’autore di quest’opera bisogna sempre tenere alta la propria coscienza e dignità. Sono passati governi di diverso colore politico, ma su quelle tragiche pagine non un filo di verità in mezzo secolo, sulla scena di gran parte delle tragedie stragiste sono mutati gli esecutori ma i sordidi e sanguinari burattinai non sono cambiati, e ora di stanarli anche facendo ricerca storica seria e obbiettiva, questo nel nostro paese viene impedito dalla censura delle varie chiese ideologiche, alla verità meglio il silenzio. Questo libro nel suo piccolo da un contributo perché finalmente si apra una luce di verità, affinché i morti di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia non siano assassinati l’ennesima volta. Invitiamo alla lettura del n° 31 di Storia Ribelle (rassegna di studi ricerche e memorie inverno 2011/2012) che da un grande contributo alla ricerca storica, dal sommario di questo numero si va da: “Il millenarismo rivoluzionario – da Fra Dolcino a Davide Lazzaretti” a : “le denunce dei  militanti torinesi di ‘ Servire il Popolo ’ e di ‘ Lotta Continua ’ nel 1972”. Vogliamo inoltre segnalare l’articolo “la propaganda anti romana dei partigiani del movimento ‘Milan ai Milanès’ nel 1945 “ che anticipano le idee federaliste e autonomiste. Una storia nobile, di cui vado fiero, poco conosciuta che mette in discussione verità ufficiali.

Francesco Sargentini

Recensione del nuovo volume di R.Gremmo

Quando questa recensione comparirà sulle pagine del Corriere Valsesiano che, ringrazio di cuore, avremo ricordato 11^ edizione della giornata della memoria il 27 gennaio 1945, quando furono aperti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe dell’armata rossa e il mondo capì e si rese conto di cosa è stato il regime nazionalsocialista, che con la complicità del fascismo italiano , sterminarono un intero popolo gli ebrei.
Per questo mi lascia molto perplesso la decisione della commissione europea di respingere la richiesta di diversi paesi dell’ex Europa orientale di considerare la negazione o l’apologia dei crimini commessi dai regimi comunisti, alla stregua di quelli perpetrati dai nazisti, un’altra pagina vergognosa di questa Europa.
In questo nuovo lavoro, uscito per l’edizione “Storia Ribelle” dal titolo < Le ‘’marocchinate’’ gli alleati e la guerra ai civili >, l’autore con una documentazione di prima mano tratta dall’Archivio Centrale dello Stato, denuncia senza peli sulla lingua gli abusi , le violenze , dei ‘’liberatori ‘’ nell’Italia occupata nel periodo 1943-1947, una storia drammatica, e molte volte dimenticata per viltà, “Una democrazia forte non ha paura della verità” .
Nelle pagine di questa nuova opera, il ricercatore storico biellese ci porta a conoscere i crimini perpetrati dai soldati alleati contro le popolazioni civili, soldati di diverse nazionalità, che violentarono senza pietà migliaia di donne di ogni età, bambine, anziane e persino decine di ragazzini.
Si parla del comportamento dei soldati polacchi e, non solo, che ebbero pessimi rapporti con le forze antifasciste di sinistra, considerate serve del regime di Stalin, molte zone del nostro Paese divennero zone franche, ricettacolo della peggiore umanità, campi di concentramento, ecc.
Un periodo fosco e tragico, dove i ’’liberatori‘’ mostrarono disprezzo per i carabinieri, la chiesa e le autorità.
Questo non vuole essere una giustificazione del regime fascista e della Repubblica di Salò. Non neghiamo il contributo di sangue degli alleati per la nostra libertà, siamo fieramente antifascisti e fedeli agli autentici ideali della Resistenza.
Per questo, denunciamo con forza che l’occupazione dei ‘’liberatori ‘’ come è stato documentato con coraggio, senza guardare in faccia a nessuno in questo nuovo volume di R. Gremmo, tratta un sano revisionismo storico che fa venire il mal di pancia agli storici di regime.
Secondo cifre ufficiali gli italiani vittime dei militari alleati sarebbero 23.262, ma furono certamente molti di più.
Va anche notato che i partiti politici italiani davanti a questa tragedia, dimostrarono la loro incapacità; La popolazione si oppose spontaneamente a quest’andazzo e diedero vita a violente manifestazioni di protesta.
Voglio inoltre segnalare l’uscita del n. 28 della rivista “ Storia Ribelle”, che riporta nel sommario i seguenti articoli: < Margherita di Sordevolo e il libro rilevato dello spirito santo> < Lega Sarda del 1948 > < L’inchiesta del’Unità del 1946 sull’occupazione militare alleata in Italia > .
Forse quando scrivo queste note posso sembrare di parte, ma è il risultato della ricerca della verità di chi, come me, ha militato a sinistra; non mi pento e non rinnego niente, ho creduto che la “Rivoluzione d’Ottobre” portasse alla liberazione dalla schiavitù capitalista, invece fu soltanto un’illusione che portò a dittature spietate e alla sconfitta di un’intera generazione, la mia sconfitta personale, per questo sono diventato disincantato; da qui deve venire la forza per andare avanti, oggi solo gli ideali autonomisti, federalisti e indipendentisti sono l’unica strada per la libertà dei popoli, di tutti i Popoli, e questo grazie anche al lavoro storico di R. Gremmo.

F.Sargentini

Storia ribelle n°27 e il nuovo volume di Roberto Gremmo “Alle Spalle di Chanoux; separatisti e autonomisti nella resistenza Valdostana”

In questi anni abbiamo recensito con grande onestà intellettuale le ricerche storiche e la rivista quadrimestrale diretta da Roberto Gremmo, “Storia Ribelle”. Con grande soddisfazione vogliamo portare alla conoscenza dei lettori che la rivista storica, “Storia in rete” di luglio/agosto 2010, nella rubrica delle lettere e e-mail tenuta dal giornalista e storico Luciano Garibaldi in risposta ad un lettore che parlava della figura di Carlo Silvestri, un italiano completamente dimenticato, sulla vicenda dell’assassinio di Giacomo Matteotti e sulla figura di Amerigo Dumini componente della Ceka Fascista; nel suo lavoro Roberto Gremmo ha documentato l’appartenenza del Dumini, infiltrato fra i fuoriusciti in Francia e agente segreto che era tipo da eseguire ogni provocazione comprese quelle eventualmente dettate dalla grande loggia di Londra, tutto questo è passato nel silenzio tombale della grande stampa. Nel N° 27 di “Storia Ribelle” (primavera 2010) , vengono pubblicati i seguenti articoli e ricerche storiche :
  • Rinaldo Rigola e “i problemi del lavoro” nei rapporti dello spionaggio fascista;
fino ad:
  • Un partigiano valdostano ucciso dai Francesi dopo la liberazione.
Assieme ad altri importanti articoli, a dimostrazione che il “revisionismo” di Roberto Gremmo sé una continua ricerca caparbia della verità, che fa tanto paura “all’intellighenzia”di destra e sinistra. Nel nuovo libro “Alle Spalle di Chanoux; separatisti e autonomisti nella resistenza Valdostana”, il ricercatore biellese smonta un’altra verità ufficiale; il testo della carta di Chivasso in circolazione manca di un pezzo importante, anzi importantissimo, la parte finale dove si “esalta” la “Grande patria Italia” , in questo nuovo lavoro R.G. , ha rintracciato il testo integrale e autentico di questo importante documento sequestrato dalla polizia nella primavera del 1944 in casa di Emile Chanoux, facendo passare quest’ultimo come un separatista, falsando in modo non onesto il suo pensiero. Da questa nuova ricerca , basata su documenti inediti degli archivi di stato emerge un’altra verità che lascia sconcertati; piano piano le verità ufficiali sulla resistenza o guerra civile si stanno sgretolando; a quando anche la verità storica sulla resistenza o guerra civile Valsesia ? Penso che sarebbe ora. Nella tragica vicenda dell’arresto da parte dei fascisti di Chanoux va detto che quest’ultimo rischiava la pena di morte, perché un ingenuo (??) e “sbadato” agente segreto inglese gli aveva lasciato dei messaggi radio di carattere militare, che sequestrati dai fascisti gli poteva costare l’accusa di spionaggio. L’autore ha scoperto che questo agente ( morto nel dopoguerra in un misterioso incidente (??) aereo) fu causa involontaria dell’arresto a Milano di Ferruccio Parri capo della resistenza azionista. Ma si portano a conoscenza anche nuove notizie dello scontro fra autonomisti e separatisti , che portò nel 1945 i soldati Francesi a uccidere un comandante partigiano valdostano. Ancora una volta si dimostra che le vicende storiche sono sempre più complesse di come vengono raccontate. Gli eroi si contano sulle dita della mano anche nelle vicende della resistenza e di solito non sopravvivono alla storia. Argomento ostico per coloro che danno patenti di antifascismo soltanto se sei di sinistra, tutti gli altri non lo sono, a questi rispondo di studiarla approfonditamente, per loro era fascista anche il grande studioso e biografo di Benito Mussolini il compianto prof. Renzo De Felice, alla miseria umana non vi è limite. Continuo a pensare che se non si studiano i grandi movimenti politici di massa del 20° secolo ( fascismo, nazismo, comunismo e stalinismo ) e non si fa i conti con il proprio passato , il nostro paese e destinato a scomparire, perché abbiamo la memoria storica troppo corta; sono profetiche le parole di Emile Chanoux (1944) “ Ci sono dei popoli che sono come delle fiaccole, sono fatti per illuminare il mondo, in generale non sono grandi popoli per numero, ma perché portano in essi la verità e il futuro.”
Francesco Sargentini

I Briganti Biellesi – Recensione

Roberto Gremmo; I Briganti Biellesi. Rapinatori, oziosi, ladri di strada ed altri malfattori di metà Ottocento.

E’ una originale e sconosciuta schiera di personaggi, quella che Roberto Gremmo analizza in questo libro. Rappresentano un ulteriore contributo alla storiografia non ufficiale, quella nascosta nei documenti d’archivio perché scomoda ma vera. L’intento è fare luce su un periodo relativo alla fase del centralismo italiano imposto formalmente dal 1861. Si descrivono esseri umani il cui atteggiamento è spesso reazione a un malessere sociale per l’assetto politico ed economico del Regno sabaudo, caratterizzato da crescente criminalità, miseria e sradicamento culturale, sebbene vi era una ‘propaganda politica che cianciava di grandi passi avanti verso sicurezza e benessere’. I dodici capitoli introducono ognuno una specifica tipologia di un’umanità distrutta, raccontano storie minori ma degne di una cura particolare, vere vittime sacrificali di un fenomeno risorgimentale violento e mostruoso. Non sembri strano, dunque, se il libro si apre senza introduzione né prefazione, quasi a farci ripiombare simbolicamente in un’atmosfera che potrebbe richiamarne l’improvviso cambiamento che quei personaggi ebbero a vivere sotto regole improvvisamente imposte, come in una specie di colpo di stato. Né vanno tralasciate le numerose note a fine di ogni capitolo, preziosa integrazione al libro stesso, come consuetudine dell’Autore, cosicché veniamo a sapere, a esempio, particolari sulla sconfitta nella Battaglia di Novara (1849) e la correlazione dei moti a Genova dello stesso anno attraverso le azioni del massone Giuseppe Avezzana, futuro onorevole del parlamento italiano nel 1861 e a favore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze.
Proprio a seguito dell’infausto regno di Vittorio Emanuele II (ma I° re d’Italia, anomalia fra le tante), la criminalità dilagante era difficilmente contrastata dalle forze dell’ordine ;le condizioni di vita erano improntate al rigido controllo dei sudditi e si aveva limitato la libera circolazione. Ecco i ‘briganti di strada,…semplici vagabondi, che non sono in grado di dimostrare le proprie generalità, sebbene i furti fossero ‘una piaga sociale diffusa’. Per i regi tutori dell’ordine era altrettanto difficile poter cogliere la differenza fra i veri malfattori e i poveracci trovati casualmente lungo strade e sentieri. Privi di libretto di lavoro (previo pagamento di 30 centesimi) o risultando privi di mezzi di sussistenza perché disoccupati da un mese, i ‘foresti’ fermati erano soggetti a diventare degli emarginati sociali, schedati negli archivi giudiziari per sempre. Fra questi perseguitati dalla giustizia italiana vi era anche un avo dell’Autore, Ignazio Gremmo, reo di lavorare saltuariamente. Sicuramente innocente, il giovane prestinaio Giuseppe Sartoris finiva in galera perché dal paese d’origine, Paruzzaro di Arona (Novara) non poteva raggiungere Torino in cerca di lavoro ed era quindi rispedito a casa. Spesso i vagabondi dovevano darsi ai furti per vivere, come il valsesiano Antonio Bianca di Agnona (Vercelli). Era uno strano scultore di statue lignee :il ladruncolo agiva rubando oggetti d’arredo di chiese, come ‘un candeliere d’ottone a Roasio Santa Maria’ nel 1859 o alcuni capi d’abbigliamento religioso.
Ne seguirono ben sei anni di condanna, un tempo forse eccessivo per la nostra attuale sensibilità.
Il domicilio coatto e il confino erano altre misure di prevenzione di questa microcriminalità da recuperare, ma risultavano quasi sempre inefficaci. Disertori e renitenti alla leva sono popolani finiti ai margini della società per aver cercato di evitare arruolamenti in guerre non ritenute valide di essere combattute, percepite come inutili massacri. Il bersagliere ‘bandito’ Pietro Mottino, Giovanni Pietro Dezza o il montanaro scalpellino di Piedicavallo (valle del Cervo) sono solo alcuni dei numerosi giovani che si diedero ‘alla macchia’ per boschi e dimore, inseguiti da militari e guardie, quasi in una vera lotta fratricida. E, benché talvolta costretti a sopravvivere commettendo reati, dopo infinite peripezie e spostamenti, riuscivano almeno a ritardare la resa o la cattura grazie a una rete di amici e conoscenti, i cui interventi erano segno di una società compatta.
Diversamente dai fuggitivi descritti, è folta la schiera dei briganti che imperversarono nel Biellese e zone limitrofe ; assume quasi un valore sociologico. Si condanna la condotta dei ladri e dei malfattori ma è sempre presente la consapevolezza che i ‘danni provocati dalla deleteria unificazione italiana erano devastanti : lo sradicamento socio-culturale aveva prodotto una graduale disgregazione morale e lo sbandamento di molti giovani. Un universo di banditi che scorre sotto gli occhi del lettore, eroi negativi ma comunque eroi perché distintisi per la propria particolare abilità di affrontare una vita avventurosa. Vi è la banda dei Canova ad Occhieppo e i rapinatori della Serra, la banda Andreis fra Benna e Candelo e i rapinatori di Cerrione, Roppolo e Viverone, quella dei fratelli Catti, del già citato Gremmo ‘Fastidi’ e di Paolo Buratti di Chiavazza, i coniugi ladruncoli di Sagliano e i ricettatori di Tollegno, Biella e Viverone. Sono in prevalenza dediti a furti di oggetti e denaro di entità piuttosto ridotte, scassi o rapine, reati che solo talvolta giungevano al ferimento delle vittime. Le pene seguite alle condanne erano piuttosto severe e prevedevano una serie variabile di anni di carcere ai lavori forzati. Considerate per il valore simbolico, erano emesse per arginare la crescente criminalità. Iniziale forma d’indulto, le ‘Modificazioni al codice penale’ del 1857 riducevano le pene. A fronte di questa tendenza, infatti, la malavita locale andava gradatamente affinando la qualità delle azioni. I briganti della banda Sassone, terrore non solo del biellese ma anche del Vercellese e della Lomellina (Pavia), rappresentando una seria minaccia per la popolazione locale per estorsioni e razzie notturne; quelli della banda Viale a Cossato effettuavano anche aggressioni fisiche. Sempre a Cossato, agiva la banda del taglialegna sudtirolese Modesto Galassini, arrestato e condannato alla pena di morte dopo aver ferito la vittima della rapina compiuta a Castelletto Cervo nel 1854. Fu un esempio per il suo conterraneo Pietro Bangher, che giunse prima in Valsesia come ‘bandito terrore dei montanari, tiratore infallibile, camminatore eccezionale e assolutamente inafferrabile, poi vi ritornò dopo aver scontato la condanna per scomparire misteriosamente.
I ladruncoli da strada del capitolo 11 derubavano i passanti o gli oggetti sacri, imperversando anche intorno al Lago Maggiore, nel Cuneese e fino ad Aosta. Un cenno è rivolto ai falsari di monete contraffatte, cui si aggiungeva la malavita originaria di altre località, come il ‘sedicente Barone Gaetano Giordano’, che acquistava ogni genere di oggetti di lusso con ‘cambiali senza copertura’ e millantando ricchezze rivelatasi inesistenti; oppure i contraffattori di monete come il giovane romano Alessandro Venanzi, fonditore di metalli . E ancora un altro indulto : il ‘regio decreto del 22 febbraio 1863’ dimezzava le condanne. Lo Stato italiano assumeva da subito le sue principali caratteristiche…
L’ultimo capitolo è invece dedicato alla figura di Carlo Antonio Gastaldi, il soldato di Graglia, che ‘non deve essere ricordata come quella di un vero ribelle o un anti-eroe dell’opposizione popolare al risorgimento’…ma come ‘un disertore e brigante che fece la spia contro i compagni di razzie’.
Vi sono infatti contenute le ‘compromettenti dichiarazioni che il giovane aveva rilasciato alle guardie dopo una incredibile serie di peripezie iniziate con la diserzione dall’esercito sabaudo nel 1859. Alla condanna e al carcere segue l’invio nel Regno delle Due Sicilie per combattere il brigantaggio legittimista, vera e propria guerra civile, provocata dall’annessione militare,…. realizzata con la violenza e con metodi colonialisti’. Arrestato per furto di munizioni, riesce a fuggire dal gruppo di prigionieri duosiciliani inviati nella prigione del Forte di Fenestrelle (Torino) e a contare sull’aiuto di vari conoscenti locali; ma con vigliaccheria e ingratitudine denuncia, come primo pentito, alle autorità inquirenti la rete di fiancheggiatori dei briganti. Nel libro è riportato fedelmente tutto quello che Gastaldi rilasciava nelle due relazioni, un documento storico eccezionale che, comunque, non avrebbe garantito al finto brigante il salvacondotto per la libertà, una libertà che si andava via via affievolendo anche per l’intera popolazione biellese e non solo.[Inviata da Silvia Garbelli]

Quarto Livello- Recensione

Quarto Livello
(di A.Fogliato, R.Osta Sella, EOS, Novara, 2004)
Politica, economia, storia segreta sono abilmente e spregiudicatamente riuniti in questo libro al fine di tracciare per sommi capi la storia di un’arte del tutto particolare ma fondamentale: quella del condizionamento. Arte di influenzare il pensiero e le forme mentali umane che viene acutamente considerata, analizzata e poi inserita in un’ottica tale da tracciarne lo sviluppo storico dagli albori della civiltà conosciuta fino ai nostri giorni. Secondo la tesi portante del saggio, nella storia umana sono sempre esistiti singoli o gruppi di individui che hanno acquisito il comando sui propri simili attraverso l’invenzione e la diffusione di idee-guida, concetti forti con il potere di cambiare la visione del mondo ed il modo di pensare delle persone interessate. La capacità di potere creare, diffondere, sfruttare questi concetti è proprio l’essenza del “condizionamento”, capacità fondamentale che è riuscita, nel corso dei millenni, a produrre e guidare le più diverse civiltà; ed è proprio tale capacità la protagonista di questo libro che, affrontando la storia sotto questa particolare ottica, riesce a proporre interessanti e particolari punti di vista. L’analisi utilizza come punto di partenza la prima civiltà che ha lasciato testimonianze scritte, quella sumera, e si pone nell’ottica di tracciare lo sviluppo di un concetto fondativo di estrema importanza: il monoteismo. Questa civiltà infatti, pur vivendo in un contesto politeista ed onorando varie divinità , fu la prima ad elaborare un primo embrione di monoteismo, avendo ogni città un proprio dio particolare, protettore e custode unico della sua esistenza ed incolumità. Questo concetto (“ogni popolo, un dio”) comunemente accettato in un quadro politeista, sarebbe poi stato portato allo sviluppo da Abramo, che lo avrebbe applicato al gruppo di persone, che aggregatosi intorno a lui, si sarebbe deciso a seguirlo. La religione, filo conduttore ed elemento aggregante delle comunità umane, avrebbe quindi gestito per secoli i vari ambiti del potere, in forme più o meno differenziate ma sempre molto efficaci. A prescindere dal dato spirituale e metafisico, non in discussione, la forma monoteista si è sempre rivelata la migliore al fine della conduzione dei popoli. L’incontro-scontro tra il monoteismo e la cultura latina diede poi origine ad uno straordinario apparato di potere, che garantì stabilità al mondo occidentale per millenni, ricevendone in cambio potere e ricchezza. L’alleanza tra trono ed altare, apparentemente inattaccabile e che, sia pure con alterne vicende, gestiva un potere pressoché assoluto, incominciò a mostrare le prime crepe proprio verso la fine del medioevo, allorquando il sistema economico templare (basato sulla lettera di credito) dimostrò che il denaro unito ad una preparazione esoterica potevano creare un sistema di potere alternativo. Concetti ed idee che saranno poi sfruttati appieno da quel filone di cultura antagonista che troverà la sua espressione nel mondo delle cosiddette “società segrete” e che cercherà nel corso dei secoli la conquista del potere proprio partendo dalla produzione di ricchezza. Tale progetto organico di conquista si svilupperà tramite la “ricchezza virtuale”, ossia la circolazione (sempre più rapida) di valuta cartacea senza un vero controvalore materiale, che darà l’opportunità di creare un sistema di potere basato su capitali in movimento e su un sistema di indebitamento collettivo vieppiù oneroso. Da un punto di vista politico ad un azione di indebolimento dell’autorità spirituale avrebbe fatto da contraltare un’analoga corrosione del potere temporale dei sovrani di diritto divino, con relativa elaborazione di nuove forme di condizionamento sotto la forma delle varie ideologie moderne. Le società segrete, giunte poi ad un livello di potere enorme, con la capacità di fondare stati (USA, Italia), di conquistarne altri (Francia, Inghilterra) e di controllare gran parte della massa valutaria mondiale, non rinunciarono tuttavia alla forma monoteista ma, dopo averla opportunamente riadattata, la riproposero in forma immanente sotto forma di ideologia, esautorando la divinità e mettendo al posto d’onore l’uomo. La chiave del dominio mondiale passa proprio attraverso un rapporto diretto tra il potere ed il singolo, a tale scopo si spiegano gli attacchi portati contro le istituzioni umane deputate alla difesa della persona: la famiglia ed i popoli. Con i condizionamenti portati dalle ideologie moderne, infatti, queste strutture hanno subìto un attacco tale da porne in discussione la stessa esistenza. Il singolo, separato dalle propria famiglia ed escluso dalla coesione data dalla comunità, immerso nel sistema della ricchezza virtuale e dei suoi ritmi innaturali, offrendo solo la resistenza della propria individualità contro il potere unico globalizzante, diventa alla fine facile preda di un sistema di sfruttamento sempre più pervasivo; così si giunge alla contemporaneità, età di passaggio tra la forma di condizionamento a legittimazione trascendente (monarchie) e quella a legittimazione immanente (democrazie). In questo periodo di passaggio il vero potere non si esteriorizza ancora completamente, celandosi dietro forme più o meno elusive ed evanescenti. Saranno necessari ulteriori passi per il pieno sviluppo di tali forme: “Così la ricchezza virtuale, traboccante ed esuberante, entra in possesso anche dei cittadini; e ciò sarà tollerato fino a quando il potere non avrà la possibilità di essere totale, e non avrà più bisogno del rito del voto” [1] . Il mondo, per essere dominato globalmente ha necessità di essere organizzato in un solo Stato, con i relativi corollari di una sola moneta, un solo popolo, una sola religione. Per arrivare a questa meta, che coincide con un asservimento totale del consorzio umano, è necessario continuare l’opera di distruzione della famiglia e dei popoli, aumentare la massa debitoria dei singoli e degli Stati, aumentare le possibilità di controllo sulle azioni e sui pensieri della persona. Tale tendenza, ormai visibile a tutti, portando ad intravedere la meta finale, può anche suggerire le contromisure per cercare di opporvi una valida resistenza, contromisure che non possono essere altro che l’antitesi di quanto proposto dall’attuale cultura dominante: difesa della famiglia, dell’etnismo, dell’identità, della cultura popolare (folk-lore), tutte azioni da intraprendersi materialmente, sia come individui sia come associazioni, al fine di potere iniziare a tutti gli effetti una valida opera di liberazione. “L’amore per la propria terra, per il popolo a cui si appartiene, per la cultura nata da sacrifici immani e secolari deve essere recuperato perché solo se ci si identifica in un popolo si possono risolvere i problemi umani importanti: la suddivisione dei compiti senza sfruttamento, l’educazione dei figli senza condizionamento, la lotta contro le tentazioni rivolte a schiavizzare gli uomini, la giustizia infarcita di globalizzazione, il problema del sostentamento della vecchiaia, la difesa della dignità… Occorrerà del tempo, ma bisogna pur incominciare. [2]”
[1] A.Fogliato, R.Osta Sella, Quarto livello, EOS, Novara, 2004, p.242.
[2] Idem, p.286.
[Inviata da Freikorp]

I nemici dei popoli : Il Duce , il Fascismo e i loro falsi miti

Nella nostra valle lo spettro del fascismo sta facendo capolino tramite il partito italiano detto “Lega Nord”, questo grazie anche ad una sinistra che si rivela nei fatti forse più fascista dello stesso piccolo duce  di “controcorrente”.

per questo passiamo a sfatare tutti quei miti italiani che il fascismo ha creato, con la speranza che non succeda anche in Valsesia permeata dal fascismo leghista con complice il fascismo socialista e comunista !

Mito:

I fascisti non hanno mai rubato

Realtà:

Si è sempre detto che il Fascismo è stata una dittatura che ha strappato la libertà agli italiani ma che almeno i fascisti non hanno mai rubano, non sono stati corrotti. Invece non è così. Mussolini non fa in tempo ad assumere il potere che la corruzione già dilaga. Un sistema corrotto scoperto già da Giacomo Matteotti: denuncia traffici di tangenti per l’apertura di nuovi casinò, speculazioni edilizie, di ferrovie, di armi. Affari in cui è coinvolto il futuro Duce attraverso suo fratello Arnaldo.

L’affare Sinclair Oil: L’azienda americana pur di ottenere il contratto di ricerche petrolifere in esclusiva sul suolo italiano paga tangenti a membri del governo, e ancora ad Arnaldo, per oltre 30 milioni di lire. Matteotti lo scopre ma il 10 giugno 1924 è rapito da una squadraccia fascista e ucciso. Messo a tacere il deputato socialista, di questa corruzione dilagante gli italiani non devono, non possono assolutamente più sapere. Speculazioni, truffe, arricchimenti improvvisi, carriere strepitose e inspiegabili: gerarchi, generali, la figlia Edda e il genero Galeazzo Ciano e Mussolini stesso! Nessuno rimane immune.

I documenti scoperti e mostrati da storici come Mauro Canali, Mimmo Franzinelli, Lorenzo Benadusi, Francesco Perfetti, Lorenzo Santoro presso l’Archivio Centrale dello Stato sono prove che inchiodano il fascismo alla verità.

 

Mito:

Bisogna ringraziare il Duce se esiste la pensione.

Realtà:

In Italia la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, un’assicurazione volontaria integrata da un contributo d’incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori. Mussolini aveva in quella data l’età quindici anni. L’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria solo nel 1919, durante il Governo Orlando, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”. Mussolini fondava in quella data i Fasci Italiani e non era al governo.

Tutta la storia della nostra previdenza sociale è peraltro verificabile sul sito dell’Inps. La pensione sociale è introdotta solo nel 1969. Mussolini in quella data è morto da 24 anni.

 

 

Mito:

La cassa integrazione è stata creata dal Duce per aiutare i lavoratori.

Realtà:

La cassa integrazione guadagni (CIG) è un ammortizzatore sociale per sostenere i lavoratori delle aziende in difficoltà economica. Nasce nell’immediato dopoguerra per sostenere i lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra furono colpite dalla crisi e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività. Quindi la cassa integrazione nasce per rimediare ai danni causati dal fascismo e della guerra che hanno causato milioni di disoccupati.

Nel 1939, tramite circolari interne, era prevista la possibilità, prevista senza un reale quadro normativo per poterla applicare, visto che allora era totalmente inutile.

L’Italia, già coinvolta nelle guerre nelle colonie (Libia, Abissinia) si stava preparando all’entrata in guerra al fianco della Germania e l’industria (soprattutto quella bellica) era in gran fermento, motivo per cui non solo si lavorava a turni pesantissimi ma si assistette addirittura al primo esodo indotto di lavoratori dall’agricoltura all’industria.

La Cassa Integrazione Guadagni, nella sua struttura è stata costituita solo il 12 agosto 1947 con DLPSC numero 869, misura finalizzata al sostegno dei lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra erano state colpite e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività.

 

 

Mito:

Durante il fascismo erano tutti più ricchi.

Realtà:

Mussolini permise agli industriali e agli agrari di aumentare in modo consistente i loro profitti, a scapito degli operai. Infatti, fece approvare il loro contenimento dei salari.

Nel 1938, dopo quindici anni di suo operato, la situazione economica dell’italiano medio era pessima, il suo reddito era circa un terzo di quello di un omologo francese.

 

 

Mito:

Con il Duce non c’era disoccupazione.

Realtà:

Non vi era un reale stato di benessere dell’economia ma in realtà l’Italia stava preparando l’entrata in guerra e tutte le industrie (e l’artigianato) che direttamente o indirettamente fornivano l’esercito lavoravano a pieno regime. Senza contare le masse arruolate nell’esercito per poi essere usate come carne da macello per i sogni di gloria del duce.

Per contro, l’accesso al lavoro era precluso a tutti quelli che non sottoscrivevano la tessera del Partito Nazionale Fascista, sanzione che era estesa anche ai datori di lavoro che eventualmente li impiegassero. Motivo per cui durante il fascismo assistemmo ai flussi migratori di tutti quelli che per motivi politici non intesero allinearsi al regime ma avevano una famiglia da mantenere.

Il 27 maggio 1933 l’iscrizione al partito fascista è dichiarata requisito fondamentale per il concorso a pubblici uffici; il 9 marzo 1937 diventa obbligatoria se si vuole accedere a un qualunque incarico pubblico e dal 3 giugno 1938 non si può lavorare se non si ha la tanto conclamata tessera.

 

 

Mito:

Il Duce ha fatto costruire grandi strade in Italia.

Realtà:

Il programma infrastrutturale che prevedeva la costruzione delle strade completate durante il ventennio cominciò già durante il quinto governo di Giovanni Giolitti, avendo constatato l’impossibilità di uno sviluppo industriale in mancanza di solide strutture. Infatti, la necessità di realizzare infrastrutture in Italia fu un’idea di Giovanni Giolitti durante il suo quinto governo (15 giugno 1920/7 aprile 1921), avendo constatato l’impossibilità di uno sviluppo industriale in mancanza di solide strutture, sviluppo industriale dimostratosi necessario dal confronto con le altre grandi potenze che avevano partecipato al primo conflitto mondiale.

Tale “rivoluzione” non poté essere attuata da Giovanni Giolitti, prima, e dal governo Bonomi che ne seguì solo per i sette mesi che resse a causa del boicottaggio e dell’ostruzionismo politico da parte del nascente fascismo, prima generico movimento popolare (1919) e poi soggetto in forma di partito dal 1921, con la costituzione del Partito Nazionale Fascista.

 

 

Mito:

“quando c’era lui i treni arrivavano in orario”

Realtà:

Non è vero. Si tratterebbe, infatti, di un mito derivante dalla propaganda durante il Ventennio.

La puntualità dei treni era, infatti, per la propaganda fascista il simbolo del ritorno all’ordine nel paese ma, in realtà, è solo grazie alla censura sistematica delle notizie riguardanti incidenti e disservizi ferroviari che questa immagine si è potuta formare.

 

 

Mito:

Il governo Mussolini raggiunse il pareggio di bilancio il primo aprile 1924.

Realtà:

Partiamo malissimo perché il pareggio è successo nel 1925 e in altra data. Il mito calca la mano sul concetto fondamentale che il governo fascista fu in grado di pareggiare il bilancio dello stato mentre i governi attuali siano degli inetti. Che ci sia riuscito non c’è dubbio, ma era già successo prima che Mussolini salisse al governo (fu Minghetti a realizzarlo) nel 1876. Quindi dovremmo replicare anche le politiche economiche di 2 secoli fa?

All’inizio del ventennio l’Italia arrivava da un periodo d’indebitamento causato dalla Guerra Mondiale e furono adottati dei provvedimenti corretti come le liberalizzazioni, riduzione delle spese e l’espansione industriale aiutò moltissimo, ma è possibile secondo voi paragonare l’economia di inizio ‘900 con quella attuale?

Come ogni disinformazione che si rispetti è più importante quello che si sta dimenticando di dire, e cioè che negli anni successivi però andò tutto in vacca: la crisi mondiale in parte e il disinteresse dell’economia del Duce, molto più interessato a fare la guerra, portarono il bilancio in negativo vanificando tutti gli sforzi fatti. La politica di autarchia messa in atto limitò moltissimo le importazioni e le esportazioni, politica totalmente inapplicabile oggi. Oltre ad aver causato la distruzione della nazione nella Seconda Guerra Mondiale.

Citando Totò: “L’operazione è riuscita, ma il paziente è morto”.

Ha poi senso paragonare le scelte fatte quasi 100 anni fa a quelle attuali? Non è corretto né economicamente né storicamente. Un modello che è crollato su se stesso non è il miglior modello.

 

 

Mito:

Mussolini rinunciò al suo stipendio per risanare l’economia e finanziare la guerra.

Realtà:

Che Mussolini abbia o no rinunciato al suo stipendio è irrilevante essendo stato un dittatore: dubito che le sue spese personali fossero state proporzionate al suo stipendio e il “dover finanziare una guerra” fu proprio quello che portò a sciupare quello che aveva fatto (per Mussolini era inconcepibile che non si facessero guerre, erano nella natura dell’uomo).

 

 

Mito:

Mussolini non aumentò le tasse

Realtà:

a parte i primi anni non è vero che le tasse non furono aumentate, un po’ alla volta nuove tasse colpirono gli italiani e la lira che aveva rafforzato nei primi anni venne svalutata più volte per poter tirare avanti. In parole povere davanti alle difficoltà il governo prese di volta in volta decisioni diverse e logicamente variavano anche di molto in base al momento storico. Non si può dire “Mussolini non aumentò le tasse”.

 

 

Mito:

Mussolini impose ai membri del governo l’uso delle biciclette facendo risparmiare miliardi al popoli italiano

Realtà:

Non esiste nessuna conferma sulla fiaba delle biciclette. Anzi a un certo punto per spingere l’industria dell’automobile si mise una tassa sulla bici e, almeno in alcune grandi città, si cominciò a limitarne l’uso. Sull’effettivo risparmio di questa manovra come prima pesa il non detto: a chi rimosse l’auto? Quante erano le auto? Furono risparmiati miliardi di lire? Se parliamo di miliardi di lire (ne considero almeno due per essere plurale) del 1925 parliamo di circa 1.5 Miliardi di euro oggi. Al 2012 la spesa per autoblu e autogrigie in italia è stato di circa 1 Miliardo di euro, quindi dobbiamo dedurre che negli anni ’20 in Italia c’erano più auto pubbliche che adesso? Vi sembra possibile? E cercando tra i documenti del parlamento di quegli anni ho trovato stanziamenti per le automobili al servizio del governo…

 

 

Mito:

Il Duce è stato l’unico uomo di governo che abbia veramente amato questa nazione.

Realtà:

«Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative.» enunciò il Duce il 26 maggio 1940 e così fu, visto che nella disastrosa “campagna di Russia”, solo per compiacere Adolf Hitler con una presenza italiana del tutto male equipaggiata e fornita nelle sue operazioni di guerra di guerra, persero la vita ufficialmente 114’520 militari sui 230’000 inviati al fronte, a cui aggiungere i dispersi, ovvero le persone che non risultavano morte in combattimento ma nemmeno rientrate in patria, che fonti UNIRR stimano in circa 60’000 gli italiani morti durante la prigionia in Russia.

Mussolini amava talmente l’Italia che: ha instaurato una dittatura, ha abbassato i salari, ha portato il paese al collasso economico, ha tolto la libertà ai cittadini italiani.

Il Duce amava talmente l’Italia da aver introdotto leggi razziali antisemite nel 1938 solo per compiacere l’alleato nazista, inutili perché in Italia gli ebrei, a differenza che in Germania, non avevano un’importanza rilevante in un sistema economico di cui la dittatura volesse provvedere all’esproprio.

Voleva così bene al suo popolo da farlo sprofondare in una guerra civile quando fu esautorato dal potere creando la Repubblica Sociale Italiana. Un paese già allo sbando a causa dell’armistizio dell’8 settembre e provato dalla guerra (condotta da lui con esiti a dir poco disastrosi) venne dilaniato ancora di più tra la cosiddetta” Repubblica di Salò” e Italia liberata.

E i fascisti, soprattutto durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana (o di Salò) collaborarono attivamente ai massacri di rappresaglia a seguito delle operazioni partigiane e alla deportazione nei lager di cittadini italiani.

E l’Italia, unico nei paesi “satellite” della Germania nazista, il fascismo fu istitutore e gestore di “lager” in Italia con l’impiego prevalente di proprio personale: la bibliografia ufficiale stima in 259 i campi di prigionia in Italia e gestiti con presenza prevalente di personale italiano, alcuni normali campi di detenzione, altri campi di smistamento in attesa della deportazione in Germania come quello di Bolzano e Fossoli, in provincia di Modena; ma alcuni erano autentici campi di sterminio come la Risiera di San Sabba a Trieste, dove il tenore dei massacri era inferiore solo ai campi in Germania e Polonia, molto più grandi e appositamente attrezzati.

E ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ampiamente documentato: corruzione dilagante, dossier, lettere, minacce, accuse vere e false oscenità, inganni, arresti, ed anche ricatti. Un ventennio di ricatti! Gerarca contro Gerarca, amante contro amante, e l’accusa di omosessualità come arma politica. E Mussolini su tutto e su tutti fa spiare, controlla, punisce, muove le sue pedine.

La prossima volta che v’imbattete in un’immagine che inneggia alla saggezza del Duce e di come potrebbe essere la salvezza dell’Italia fatevi una ricerca sulla storia del fascismo.