Ji Luf

Ji Luf

 

Dice una leggenda Valsesiana che nella notte dei tempi, quando ancora non esistevano paesi nella Valle, un cacciatore salendo verso il Castello del Gavala sia stato preso da una tempesta di neve, e smarritosi arrancò fino a perdere i sensi per la stanchezza e per il freddo, il suo ultimo pensiero fu la morte certa per assideramento. Fu per lui una sorpresa quando il sole illuminandolo lo risvegliò completamente attorniato e scaldato da un branco di lupi.  lo avevano seguito nella caccia e ancora lo avevano seguito, increduli, quando si avvicinava la tempesta di neve e non aveva fatto nulla per ripararsi, questo animale in caccia, ricoperto di pelli non sue e con il muso senza pelo, temerario ma per nulla saggio o esperto, meritava comunque di vivere. Fu il primo contatto tra uomo e coloro che sarebbero diventati gli “amici dell’uomo” per antonomasia. Il Cacciatore, scendendo, per non allontanarsi troppo da quello che, ora, era “il suo branco” mise un accampamento proprio all’incrocio dei due fiumi, e da li non si mosse più. Quell’accampamento senza nome divenne nei tempi War-Ade, Varade, Varal e infine Varallo, e il suo simbolo fu sempre un Lupo che guarda dietro se per non perdere nessuno nella tempesta. Ora Varallini sapete perché gli altri Valsesiani vi chiamano “ji Luf”.

 

Jaffa

 

Aquile nel pollaio…

UN GIORNO UN CONTADINOTTO SAVOIARDO, UN CERTO CARLO ALBERTO (DI UNA NOTA FAMIGLIA DI LADRI CONTADINOTTI), CAMMINANDO IN UN SENTIERO IN MONTAGNA, TROVO’ UN NIDO DI AQUILE CON DENTRO UN UOVO, SENZA ESITARE LO RUBO’, LO MISE ACCORTAMENTE NELLA SUA SACCOCCIA, LO PORTO’ NEL SUO POLLAIO E LO FECE COVARE DA UNA GALLINA

QUALCHE TEMPO DOPO L’UOVO D’AQUILA SI SCHIUSE INSIEME A TANTE ALTRE UOVA DI POLLI.

I PULCINI INIZIARONO A ZAMPETTARE, IMPARARONO A BECCARE LA TERRA IN CERCA DI VERMETTI E, COME TUTTI I POLLI, INIZIARONO A SALTELLARE SENZA PERO’ ESSERE CAPACI DI VOLARE.

ANCHE L’AQUILOTTO IMPARO’ AD IMITARE I SUOI “FRATELLINI”, IMPARO’ A SETACCIARE IL TERRENO IN CERCA DI VERMETTI E IMPARO’ ANCHE A SALTELLARE ESATTAMENTE COME FACEVANO I SUOI AMICI POLLI.

PASSO’ DEL TEMPO, I PULCINI CREBBERO E DIVENNERO POLLI, POLLI CHE CONTINUAVANO A SCAVARE IL TERRENO IN CERCA DI LARVE E VERMI, E A SALTELLARE NELL’AIA SENZA PERO’ MAI RIUSCIRE A VOLARE, ANCHE L’AQUILOTTO DIVENTO’ ADULTO.

E ANCHE LUI, COME I SUOI “FRATELLI” POLLI, SCAVAVA, BECCAVA E SALTELLAVA SENZA MAI VOLARE.

PASSO’ ALTRO TEMPO E UN BEL GIORNO L’AQUILOTTO, GUARDANDO IN ALTO, VIDE UN GRANDE, IMPONENTE E MERAVIGLIOSO UCCELLO CHE VOLTEGGIAVA E IMPERAVA NEL CIELO.

L’AQUILOTTO LO GUARDO’ ESTASIATO, INCANTATO E AFFASCINATO DA TANTA MAESTOSA GRAZIA, FORZA E BELLEZZA.

FU ALLORA CHE CHIESE AI NIPOTI DEL CONTADINOTTO (CHE NEL FRATTEMPO AVEVA FATTO UNA BRUTTA FINE) COS’ERA QUELLA MAGNIFICA CREATURA CHE VOLAVA SICURA E MAESTOSA LÌ! IN ALTO!  A DOMINARE IL CIELO, UNA CREATURA CHE LUI CONTINUAVA A GUARDARE E AD AMMIRARE.

“E’ UN AQUILA !” RISPOSERO CON PAURA, TRA I DENTI, I NIPOTI DI PORCA PROGENIE.

SI, ERA UN AQUILA, UN’AQUILA PROPRIO COME LUI!

A LUI, INFATTI, NESSUNO GLI AVEVA DETTO CHE ERA UN’AQUILA,

E LUI PER TUTTA LA SUA VITA AVEVA CREDUTO DI ESSERE UN POLLO! UN POLLO CHE AVEVA VISSUTO COME UN POLLO! CHE ERA DIVENTATO ADULTO PENSANDO DI ESSERE UN POLLO! E STAVA INVECCHIANDO COME INVECCHIANO I POLLI!

SENZA MAI ALZARSI IN VOLO E SENZA MAI DOMINARE IL CIELO E LA TERRA CON LA SUA FORZA, LA SUA GRAZIA E LA SUA BELLEZZA!

ECCO; QUESTA E’ LA STORIA DI UN’AQUILA CHE SI CREDEVA UN POLLO!

LA STESSA STORIA DI QUASI TUTTI I VALSESIANI! CUI PRIMA I PIEMONTESI, E POI GLI ITALIANI, PER 200 ANNI HANNO FATTO CREDERE DI ESSERE DEI POLLI!

MENTRE IN REALTA’ SONO DELLE AQUILE!

DELLE MERAVIGLIOSE, SPLENDIDE E AFFASCINANTI AQUILE!

FATTE PER VOLARE LIBERE… LONTANO DAI POLLI!

 

VALSESIANI!

ORA SIETE AQUILE, IN UN POLLAIO, CON POLLI CHE SI CREDONO AQUILE!

MANDATE A FARE IN CULO I POLLI… E RITORNATE A VOLARE !

 

FRA DOLCINO

Uomini Liberi

Si narra di un tempo antico, in cui tutti  gli uomini e donne di questa Valle conoscevano la libertà di essere se stessi senza comando superiore alcuno.
Essi però abusarono talmente di questa Libertà , che Gaia  – Madre Terra signora degli dei – decise di privarli di questo potere divino e di nasconderlo in un posto, dove fosse impossibile trovarlo.
Grande fu il consiglio a cui gli dei parteciparono per risolvere il dilemma di dove nascondere la divinità della Libertà.
Alcuni Dei proposero di nasconderla nel fitto delle foreste.
Ma Gaia rispose che non bastava, perché  avrebbero esplorato e ritrovata.
Altri proposero di gettarla nelle profondità.
Ma Gaia rispose che avrebbero scavato un giorno le profondità e l’avrebbero ritrovata.
Alcuni  allora proposero di gettare la divinità nel più profondo dei fiumi
Ma ancora Gaia rispose che non bastava, perché  avrebbero  un giorno esplorato i corsi dei fiumi e sicuramente ritrovata e portata in superficie.
“Allora gli dei conclusero che non sapevano dove nascondere la divinità , perché non sembrava esistere un luogo alcuno che non potesse essere raggiunto.
“E fu così che Gaia  intervenne direttamente e nascose la divinità della Libertà nel suo io più profondo e segreto, perché era il solo posto  dove non gli sarebbe mai venuto in mente di cercarla.
“A partire da quel tempo i nostri avi hanno esplorato, scalato montagne, scavato la terra e tuffati alla ricerca di qualcosa, una qualcosa che si trova solo dentro di noi, la LIBERTA’.

“Ël parlé d’an ca” di Davide Filiè

Ël parlé d’an ca
Ant ël boom ëd j’agn sessanta
j’hin pensà ij neust genitor
dë parlene an italian
për fé pròpio come ij sior.

J’hin dacc vìa la tàula ëd bosch
ch’l’era vègia e gamolà
për catela pussè bèla,
facia an serie ëd compensà.

E cola vègia chërdensa
ch’l’era pin-a ëd bej ricòrd
l’è lassaghe ël pòst a n’àuta
bianca e frëggia ‘me la mòrt.

Ma scondù antë coj tirèit
tra na lëttra e na mistà
j’hin tracc vìa – a l’è ben gròssa –
ël neust bel parlé d’an ca.

Anca a scòla guaj a dì
na paròla an piemontèis,
e l’è ‘nsì ch’j’hin dësrassalo
ch’j’hin strupane ‘l nòste rèis.

“Il dialetto non è fine”,
al va ben për monge ò tonde,
tucc lavor ch’i foma più,
e i soma butalo sconde.

L’è la lengua che ij neust vegi
j’hin parlà tuta la vita
d’ant la cun-a fin la mòrt
quì ant la nòsta patria pita

J’han giugà, j’han namorasse,
j’han crëssù mate e mataj
j’han rusà, ruscà, arposasse,
j’han sarà ij seuj eugi stràich.

‘dess più anciun l’è bon parlelo
coè i voroma mai pretende
el neust car e bel parlé
a l’è un sòd ch’as po’ più spende.

Trist destin col dël Piemont,
ch’a l’è facc l’Italia unìa:
për la paga a l’è rivaghe
ch’la soa lengua a l’è sparìa
L’è un po’ tard ma domse n’andi
tucc ansema, cireseuj
për salvé la nòsta lengua
‘gh va ch’i s’anviaroma ancheuj

Son sicur, ch’a-gh sarà un nòno,
ch’l’abia a còr ël neust dialet,
e ch’al cerca dë mostreglo
al nëvod, ch’lè un matalet.

‘Gh va parlelo sël lavor
sensa gena an pòsta, an banca,
se quaidun lo capiss not
gh’lo mostroma, coè ch’an manca?

Peui butomse ant la ciarfola
ch’i soma tucc valsesian
Ij neust creus van tucc an Sesia
‘n’ava sola al Pò lontan.

E che ël fium dla nòsta Val
prima dë rivé ant la pian-a
pòssa anco’ sente ël parlé
ëd la soa gent valsesian-a

Animali Totemici dell’antichità Valsesiana

Ape: L’ape di solito è citata in connessione con il suo prodotto: il miele. L’ape è industriosa, laboriosa ed efficiente, quando si tratta di portare a termine un compito che le viene affidato. Sa anche difendere in modo intrepido le sue proprietà e la sua casa.

Aquila: Nelle storie celtiche l’aquila rappresenta la rapidità, la forza, e la conoscenza della magia. Connette con il sé superiore e vi aiuta a vedere le verità spirituali nascoste.

Cane: I cani per la loro fedeltà sono spesso menzionati nella mitologia celtica. Il cane era il custode dei mondi ultraterreni e puniva anche i colpevoli.

Cavallo: Il cavallo è stato considerato una fedele guida per i viaggi nei mondi ultraterreni. Esso simboleggia resistenza, libertà e potere personale.

Cervo: Il cervo è stato spesso un messaggero e una guida per i mondi ultraterreni. Le corna del cervo erano usate dagli sciamani per il loro rituali. Il cervo rappresenta la rapidità, la grazia e la dolcezza. Insegna che si può cambiare sentiero, pur mantenendo la direzione stabilita

Cinghiale: Importante per l’arte e i miti dei popoli celtici, il cinghiale è stato conosciuto per la sua astuzia e la sua natura feroce. Probabile che, col tempo, il cinghiale sia passato a rappresentare le forze solitarie del guerriero.

Civetta: La civetta è spesso una guida per i mondi ultraterreni, una creatura che aiuta a vedere nelle tenebre, e anche un rapido cacciatore. Essa può aiutarvi a smascherare coloro che vorrebbero ingannarvi o approfittare di voi.

Coniglio: I suoi movimenti sono stati a volte utilizzati per la divinazione. Il suoi poteri sono associati con l’intuizione e con la ricezione di insegnamenti nascosti.

Corvo: Questo animale era trattato con rispetto. Il corvo era un auspicio di conflitto e di morte. Il corvo era anche ritenuto abile, scaltro, e portatore di conoscenza. Insegna il valore dell’inganno quando questo è necessario. Insegna anche ad imparare dalle lezioni del passato, senza però aggrapparsi ad esso.

Drago: Ci sono molti riferimenti a draghi o serpenti nei miti celtici. La maggior parte delle culture ha considerato il drago come una creatura benevola che abita le grotte, i laghi, e il centro della terra. Antico simbolo di ricchezza il drago simboleggiava il potere degli elementi, in particolare, quello della Terra, ma anche il tesoro del subconscio. Appare quando è necessaria un’iniziazione.

Falco: Come altri uccelli, il falco è un messaggero tra il nostro mondo e il mondo degli spiriti. Tuttavia, ha forza, velocità e poteri più significativi, rispetto ad altri uccelli. Esso simboleggia anche lucidità e grande memoria. Se si sente il grido di un falco durante un viaggio sciamanico, si presenteranno in futuro situazioni che necessitano di audacia e determinazione.

Farfalla: Molte culture collegano le farfalle con le anime dei morti. Nella tradizione celtica, nei viaggi ultraterreni dove apparivano farfalle erano presenti energie negative. Nella tradizione attuale invece, la farfalla vi insegnerà a liberarvi dal passato e dagli schemi mentali superati, aiutandovi a fare chiarezza per risolvere i problemi.

Gallo: In diverse leggende celtiche, il gallo insegue i fantasmi e sconfigge i terrori della notte cantando all’alba. Egli rappresenta il coraggio dell’azione e la potenza della parola in grado di dissipare negatività.

Gatto: Molte leggende celtiche raffigurano il gatto come un animale feroce, una creatura del male, ma questo può derivare dal fatto che i gatti a quel tempo erano selvatici. Tuttavia, è stato considerato un potente totem animale. Il gatto è un forte protettore, specialmente quando si deve affrontare uno scontro frontale.

Grifone: Questa mitica bestia ha la testa e le ali di un aquila, e il corpo e la coda di un leone. Insegna allo sciamano di combinare i poteri di entrambi gli animali. Il grifone simboleggia anche potere e magia.

Lince: Questa creatura è il custode dei segreti delle confraternite mistiche. La lince può contribuire allo sviluppo delle facoltà psichiche e aiuta nelle pratiche divinatorie. A volte simboleggia la necessità di esaminare se stessi nel profondo, per portare alla luce i talenti nascosti.

Lontra: Questi animali erano considerati magici dai Celti. La lontra è un forte protettore, che aiuta a ottenere saggezza, sostiene nella ricerca interiore e aiuta a riprendersi dalle crisi depressive. Aiuta a godersi la vita e a vivere nel presente.

Lucertola: Uno dei pochi rettili riconosciuti come utile allo sciamano. Esso simboleggia lo stato di sogno. Se vedi una lucertola in un viaggio, devi essere attento ai tuoi sogni che stanno portandoti un messaggio per trovare realizzazione.

Lupo: Il lupo è astuto e intelligente, in grado di pensare in modo indipendente. Può insegnare a leggere i segni della natura e protegge dai pericoli invisibili, insegnando anche l’arte della guerra, quando è necessario. In un viaggio sciamanico vi condurrà ad incontrare il vostro maestro interiore

Merlo: Una leggenda racconta di tre merli, che sono appollaiati e cantano sull’albero della vita ai confini con i mondi ultraterreni. Il loro canto, mette l’ascoltatore in uno stato di trance, che gli consente di recarsi nei mondi paralleli. Il merlo è anche il detentore dei segreti della magia

Mucca: Un tempo la mucca era così importante per i Celti, che è stata considerata una forma di scambio monetario. La mucca è sacra alla dea Brigida. La mucca simboleggia abbondanza e protezione; col suo senso materno può difendere il bambino interiore e provvedere a tutte le necessità quotidiane.

Orso: Come animale Totem è presente in molti disegni celtici, anche se non è menzionato nel leggende. La parola “arth”, che significa “orso”, è la radice dalla quale deriva il nome di Re Artù. L’orso è stato notato per la sua forza e la sua resistenza. Esso può aiutarvi a trovare equilibrio ed armonia nella vostra vita, e aiutarvi a compiere un viaggio dentro voi stessi per scoprire ciò che è necessario fare.

Pipistrello: Associato con il viaggio nel regno degli spiriti vi conduce ad affrontare le vostre ombre interiori per rinascere a nuova vita; grazie al suo radar il pipistrello aiuta a evitare gli ostacoli e le barriere, fisiche e spirituali.

Rana: In molte culture la rana è un simbolo di magia e di guarigione. Può insegnare a saltare rapidamente da un livello di coscienza ad un altro, da questo mondo al mondo ultraterreno. La rana può anche aiutarvi a trovare il coraggio di accettare nuove idee e spingervi a fare dei cambiamenti, insegnandovi a fluire con l’esistenza

Riccio: questa piccola creatura insegna il dono dell’umiltà e dell’innocenza.

Scoiattolo: Questa creatura è sempre indaffarata e può mostrare allo sciamano come occuparsi di magia in modo pratico. Aiuta a pianificare le cose per tempo, in modo da utilizzare al meglio le risorse di cui si dispone. Equilibra lavoro e giocosità.

Serpente: Il serpente è stato a lungo associato con la saggezza, la reincarnazione e la scaltrezza. Legato all’energia istintuale è un simbolo di vita, abbondanza, rinascita, trasformazione e morte. Chiamatelo quando avete bisogno di un forte cambiamento nella vostra vita. Se lo incontrate durante un viaggio sciamanico, forse avete bisogno di lasciare andare vecchie abitudini.

Tasso: Questo animale è irriducibile di fronte al pericolo e si distingue per la sua tenacia e coraggio. Il tasso vi insegnerà a combattere per difendere i vostri diritti e a usare l’aggressività per farvi avanti

Topo: Il topo è spesso citato nel folklore celtico. Il topo rappresenta i segreti, l’astuzia, la timidezza e la capacità di nascondersi nei momenti di pericolo. La sua comparsa spesso segnala la necessità di prestare attenzione ai piccoli dettagli.

Toro: Animale comunemente raffigurato nella mitologia celtica, il toro è simbolo di forza e virilità. In alcuni rituali divinatori era richiesto il sacrificio di un toro bianco. Il toro raffigurava anche la fecondità e la potenza maschile.

Unicorno: Questo mitico animale aveva il corpo di un cavallo bianco, le gambe di un antilope, e la coda di leone; aveva inoltre un solo corno sulla testa. E ‘il simbolo del potere supremo della magia. Insegna che ogni azione è una creazione e che ogni giorno è come una vita a se stante. Aiuta anche a capire il rapporto tra realtà fisica e spirituale.

Volpe: Nella tradizione celtica rappresenta la scaltrezza e la capacità di far perdere le proprie tracce. Permette anche di vedere le motivazioni e i movimenti degli altri, pur rimanendo inosservati.

Gli antichi Statuti della Valle

A metà del XIII secolo, l’indebolimento del potere dei Conti di Biandrate – conseguente anche alle numerose diatribe interne alla famiglia e ai periodici funambolismi delle loro alleanze politiche con i Vescovi di Novara o di Vercelli – diede ai Valsesiani l’opportunità avviare un processo di liberazione dal giogo feudale che da tempo li opprimeva. Appoggiati per l’occasione dai Novaresi, riuscirono a costituirsi in una Comunità Generale, retta da un Podestà basato a Varallo e sostenuto dalle stesse rendite appartenenti ai ormai deboli Conti di Biandrate. Soffocata pochi anni dopo anche l’ultima disperata resistenza dei Conti (nel castello di Viège, nel Vallese, sarebbe morto nel 1376 anche l’ultimo loro discendente), i Valsesiani ebbero quindi via libera per costituirsi nel 1275 in una sorta di confederazione democratica, Universitàs Vallis Sicidae, retta da propri Statuti. Analoghe esperienze erano peraltro già state avviate con successo sin dal XII secolo in altre vallate alpine, nell’intento di liberare le popolazioni dalle assillanti pretese dei feudatari, dei vescovi, dei Comuni e delle varie Signorie del momento. L’Università della Valsesia ebbe sin dal suo esordio l’appoggio dell’imperatore Enrico VII e venne suddivisa in due Corti o Curie: quella Superiore, con sede a Varallo, che aveva giurisdizione su tutto il territorio da Quarona sino ad Alagna, e quella Inferiore, con sede a Valduggia, che comprendeva l’intero circondario di Borgosesia (o Borgofranco di Seso, come veniva chiamata la città quando costituiva il centro di un sistema difensivo dei Conti di Biandrate). Gli Statuti prevedevano che ciascun Comune (“Vicinanza”) avesse un proprio Consiglio (“Credenza”), composto da rappresentanti del popolo (“Consoli” e “Credenzieri”) che due volte all’anno partecipavano anche al Consiglio Generale della Corte, riunito in Varallo sotto la presidenza del Podestà. Il Consiglio Generale deliberava in ordine agli interessi dell’intera Università, stabiliva ed amministrava le regole della giustizia e prendeva le decisioni sulla difesa. Fra gli uomini validi della Valle, compresi fra 18 e i 70 anni, venivano estratti ogni anno coloro che avrebbero fatto parte della Milizia, posta a mantenere l’ordine pubblico.  Gli Statuti vennero rimaneggiati più volte nel corso della loro lunga vigenza ed ebbero una enorme importanza per la gestione ordinata e per l’equilibrio socio-politico della Valle. Nei numerosi articoli che componevano gli Statuti, erano previste specifiche norme anche in materia di proprietà, diritto di famiglia, fisco, giustizia, difesa, buon vicinato, ambiente, ecc. Ad esempio, nel testo relativo alla Curia Superiore, veniva esplicitamente previsto che nelle adiacenze della camminata di Varallo (il lungo viale che dall’antica chiesa di San Marco, posta all’esterno del centro abitato, conduceva sino alla porta sud-orientale del borgo) non venisse edificato alcun edificio senza la preventiva licenza, e che qualsiasi costruzione abusiva venisse prontamente abbattuta: coloro che “…fecent laborium, destruere teneatur”.  Nel 1365 la Valle passò sotto l’influenza politica del Duca di Milano che nel 1393 confermò in pieno la validità degli Statuti e, due anni dopo, Gian Galeazzo Visconti con il benestare dell’imperatore Venceslao la infeudò interamente sotto il Ducato di Milano. Ma già nel 1402 lo stesso Duca si fece gioco degli accordi presi, affidando la Valle al marito di sua cugina, il conte novarese Francesco Barbavara. Ebbe quindi inizio un nuovo periodo feudale, che fu concluso nel 1412 con la cacciata dei Barbavara da parte dei Valsesiani e con la riconferma di tutte le precedenti autonomie locali da parte di Filippo Maria Visconti.  Passato sotto gli Sforza e quindi sconfitto nel 1520 da Francesco I di Francia, il Ducato di Milano si trovò costretto a lasciare la Valle sotto l’influenza francese che la affidò ad un certo Tiberino Caccia. Costui ridusse di molto i privilegi di cui godevano i Valsesiani che, a furor di popolo, non ci misero molto a gettarlo nella Sesia. Dopo un periodo di dominazione spagnola e con la vittoria di Torino del 1707, la Valsesia passò sotto la giurisdizione dei Duchi di Savoia, che mantennero ancora una volta in essere i privilegi derivanti dagli Statuti.  Con l’avvento napoleonico e con la suddivisione della Valle (1804-1814) fra l’impero di Francia e l’Italia, gli Statuti persero del tutto la loro funzione e la loro efficacia, mentre – dopo il ritorno sotto il controllo sabaudo – i Valsesiani ripresero a godere per un certo tempo ancora di alcuni antichi “privilegi”, soprattutto sotto forma di esenzioni fiscali.

LA SANA DIFFIDENZA

Fidarsi è bene, diffidare è meglio., ciò toglieva il sonno al giovane capo dei Siccidi (gli antichi abitanti della Valsesia); Jago, appena eletto dal consiglio del’ alleanza delle tribù Insubres (le tribù che fondarono Medhalnd ovvero Milan ). Dopo alcuni secoli di pace con i signori Etruschi, a cui avevano dato la loro piena fiducia, incrementando gli scambi commerciali, fornitori dell’ottimo vino, di oggetti preziosi e di una cultura comune sia nel costume, sia nei riti magici, marcati dalle unioni con le fanciulle etrusche dalla pelle ambrata e vellutata, donne dalla minuta figura, sovente le etrusche avevano gli occhi chiari, dai riflessi grigi al verde, di più ancora erano le chiome ricce e corvine, parevano avere il piumaggio nero e lucente come quello dei corvi reali, uccelli prediletti come la grande Aquila , dalle tribù Siccidi.  Nonostante tutto le unioni erano rare e avvenivano solamente se le coppie s’amavano veramente e non per gli interessi delle tribù. Jago e Sasja si erano uniti da un anno, nell’intimità, Jago la chiamava: “occhiverdi”. Non era certamente Sasja a turbare il suo biondo compagno, che contraccambiava chiamandolo “chiomadoro” inquieto lo era veramente aleggiava nell’aria nella loro “masùn”. “Chiomadoro, perché sei cosi triste e pensieroso, non capisco, da quando mio padre è tornato a Felsina, non so? Non mi sembri più lo stesso? Per favore non fare così, non riesco a seguirti. È forse perché non abbiamo fatto i rituali a War-Ade? “Cosa c’entra scomodare gli dei “. Disse Jago con seriosità. “Lascia stare mia nonna Nerys”! – “Non è la mia discendenza, semmai sarà la tua”, troncò bruscamente. Non avevano mai litigato, lei si mise a piangere, dopotutto aveva solo 18 anni e scegliere di vivere con Jago in quei luoghi incantati ma gelidi, che erano le valli alpine, molto diverse dalle sue colline non era semplice per Sasja. Ma il sospetto sul padre di lei, permaneva; Silius era un uomo felice , quando pose sui loro capi la corona di fiori di rosmarino e promise che presto li avrebbe raggiunti là fra i picchi dove vivono i capricorni e le aquile, aveva sentito raccontare che le genti delle montagne erano dei giganti e non temevano le tempeste e i fulmini di Bell, ma li sapevano deviare con le loro pertiche fatte con materiali sconosciuti. Naturalmente questa era una scusa che aveva detto ai figli prima di partire, non disse però che un senatore della vicina Roma era stato a fargli visita, portando doni; olio e capretti e sopratutto del sale. “Allora presto ti recherai là dove vivono i giganti”? Sono così ansioso chissà quali meraviglie mi racconterai al tuo ritorno”. Di questo incontro Silius non ne aveva mai accennato né a Jago ne alla figlia e come ogni mattina partiva per la valle, dicendo che sarebbe rientrato al tramonto. La gente di Jago sorrideva al suocero vestito in un modo diverso da loro e gentili rispondevano a tutte le sue domande, curioso come un gatto, entrava nelle fucine, nei magazzini, voleva provare a lanciare i pilum, utilizzare i corti archi da caccia, soppesare la consistenza degli umboni degli scudi di cuoio dei Siccidi, erano le misteriose doppie asce che intimoriva Silius, strumenti affascinati e temibili; come le rampe ma lui non lo poteva sapere che potevano essere usate anche in battaglia, asce e rampe; i montanari, di cui non si separavano mai, li usavano per abbattere alberi, e condurre poi i tronchi lungo i vivaci torrenti, poi le rampe corte venivano adoperata per posare i tronchi  incastrandoli uno sopra l’altro per la costruire le solide pareti delle loro masun . Silius però non s’accorse di essere, seguito, osservato, ascoltato da un falco, capace di percepire la minima vibrazione, sapeva intuire dallo sguardo, dagli occhi, dai movimenti e dalle espressioni se un umano era d’animo buono e sincero, con il piumaggio lucido chiaro come i capelli di Jago, era il confidente e leale compagno di caccia di Jago, il falco entrò come uno spirito nella notte di Samhain nella camera di Jago, gli comunicava il resoconto della giornata della spia Silius, in un modo tutto particolare conosciuto solamente da Jago, facoltà avuta dalla nonna Nerys, che era una Banshèe, quando tutti dormivano il querulo pii-eeh del falco diventava per Jago un racconto preciso e dettagliato: “”l’Etrusco, il padre della tua donna è una spia al servizio dei romani i quali insieme stanno per conquistare le Alpi e peggio ancora vogliono sottomettervi e rendervi schiavi”” Sarebbe stato meglio prendersi una pugnalate che sentire il resoconto del suo fido compagno di caccia. Il dubbio che nutriva si è rilevata in una tremenda verità, un grave pericolo stava per abbattersi, quella di una guerra. Jago non poteva più esitare, ma come fare? Di certo non poteva affrontare il padre di lei, nemmeno scacciarlo o peggio ancora consegnarlo al giudizio del consiglio dei druidi, lo avrebbero accusato di favoreggiamento. Nemmeno provocarlo a battersi in duello? L’atroce dilemma doveva avere un altra soluzione, sopratutto accettabile per Sasja, che ignara di tutto dormiva tranquilla abbracciata al suo uomo. “Vai pure amico fedele” disse Jago al suo falco. Si tastò la fronte con il palmo della mano destra e svanì, per trovarsi in davanti alle caldaie del fiume nel luogo dove ogni anno gli dei lo chiamavano, per il rito della rigenerazione dell’acqua.  Alzando le braccia e gli occhi al cielo stellato, disse: “Nerys! Tu che ora siedi al consiglio del potente Bell, toglimi questo atroce pensiero, che mi costringe ad uccidere il  padre della mia giovane innocente amata”. Il Vapore formato dal salto della caldaia si fece sempre più vicina e trasformandosi in un viso dolcissimo, parlò al cuore del suo nipote: Jago è il tuo nome che ti fu imposto fra gli uomini, Jago è pure il nome dell’ardore del tuo amore per Sasja e il tuo popolo, sarà lo stesso Silius a liberati la mente e da ogni minaccia”. La profezia si avverrò, Silius al spinto della bramosia di portare agli alleati romani un segno della sua sudditanza, rubò la verga di Jago, quella con cui i druidi controllano i fulmini, e volendo provare, carpire la potenza misteriosa che si celava all’interno, lo alzò proprio verso l’innocente velo che si trovava sopra l’intruso e la saetta di Bell incenerì il malcapitato suocero. La punizione divina venne attribuita ad una disgrazia naturale, Accorsero tutti nel sentire il rombo,  Sasja si svegliò, ma nessuno osò dire che quel mucchio di ceneri erano di suo padre, dissero che il fulmine colpì un montone, che stava leccando, (probabilmente del sale) o il sudore rimasto attaccato alla verga magica, il boato cancellò dalla mente della ragazza la presenza del padre, che non lo cercò mai più, Jago la prese in braccio chiamandola “Occhiverdi”. Era l’anno 480 a.C. , Jago decretò al consiglio delle tribù Insubres la sana diffidenza verso chi non si conosce a fondo anche se presenta stessi usi e stessi costumi. Qualche anno successivo le tribù Insubres insieme ad altri Celti invasero la grande pianura padana ed scacciarono gli Etruschi verso la penisola degli italliottis, come i Greci chiavano tali popolazioni pre romane: figli di mucca, pare che sia un eufemismo di allora, per dire che tali popolazioni si nutrivano dei vitelli e del latte dei loro armenti.

Jaffa.